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giovedì 7 gennaio 2016

La Cucchiara della Strega e la Scopa

L'anno nuovo, cominciato ormai da qualche giorno, porta con sè una serie di lavori magici a cui dedicarsi, due dei quali volevo realizzarli già da tempo e finalmente sono riuscita a cogliere l'occasione giusta.
Una mia carissima amica, che considero una vera sorella spirituale, è venuta a trovarmi e a stare da me qualche giorno (abita lontano), e mi ha portato un bellissimo dono, la "Cucchiara della Strega".
Insieme, poi, abbiamo fabbricato due scopette gemelle che è stato bellissimo realizzare.

La Cucchiara della Strega

Si realizza per benedire la cucina, la dispensa e il lavoro magico legato alla natura, la cosiddetta magia verde, per intenderci.
Vi si disegnano o incidono sopra simboli di protezione, prosperità o fortuna, a seconda dello scopo per cui si realizza, e si incollano sopra 7 pietre colorate rappresentanti i chakra. Alla Cucchiara si aggiungono solitamente un nastro nero per la protezione e una treccia, che richiama la magia dei nodi e degli intrecci, oltre a un piccolo foglio arrotolato con su scritta una preghiera.
In genere si realizzano tre cucchiai, ognuno con uno scopo diverso, da tenere appesi in cucina, l'ambiente più frequentato della casa; in questo caso, la mia amica ne ha fabbricato solo uno per lasciarmi libera scelta su come realizzare gli altri due.
Visto il mio amore e la mia passione per l'antico Egitto e la sua spiritualità, sono stati disegnati l'Ankh e l'Occhio di Horus (Udjat), mentre all'estremità del manico è stato posto un ciondolo rappresentante un pentacolo protettivo.
La Cucchiara della Strega va purificata e consacrata ai quattro elementi, durante la fase lunare più appropriata.

La scopetta

Fin dall'antichità la scopa è stata associata alla figura della strega. Essa veniva utilizzata nei riti di prosperità e fertilità (in quanto simbolo fallico), ma soprattutto per purificare l'ambiente dalle negatività e pulirlo dalla sporcizia, fisica o spirituale. Realizzarne una non è difficile, bastano una passeggiata nel bosco o in sentieri di collina e una piccola dose di manualità.
La classica scopa si realizza con la saggina, ma noi per fabbricare le nostre abbiamo usato della ginestra, pianta protettiva e purificatrice, raccolta vicino casa e a Triora. Per quanto riguarda il manico, invece, abbiamo preso un ramo di biancospino trovato nel bosco, anche questo con intenti specifici.
Realizzate la vostra scopetta rituale con i materiali che preferite, informandovi sulle caratteristiche delle diverse piante e scegliendo da voi le più adatte ai vostri intenti magici. C'è chi utilizza rami sottili di albero anche per la parte bassa della scopa; dato che essa non serve per spazzare fisicamente il pavimento ma solo come simbolo non è importante la consistenza dei materiali utilizzati ai fini del lavoro magico, ma solo la corrispondenza delle piante. Ricordatevi inoltre di ringraziare e lasciare offerte alle piante da cui avete preso il vostro materiale, soprattutto se avete dovuto strappare o staccare rami dalla pianta stessa, anzichè utilizzare quelli già caduti.
Abbiamo legato la ginestra al manico di biancospino con del filo di ferro e della lana marrone, anche se tradizionalmente dovrebbe essere nera o rossa, e abbiamo applicato anche un pentacolo protettivo e un campanellino per richiamare gli spiriti benevoli e scacciare quelli malevoli.
Quelle realizzate da noi sono scope di piccole dimensioni, personalmente appenderò la mia vicino alla porta di casa, come da tradizione.

martedì 7 luglio 2015

Le Dominae Herbarum, guaritrici dei poveri

La magia è parte integrante della nostra cultura. La magia naturale conduce alla conoscenza, tramite un rapporto stretto di collaborazione, non di sfruttamento, tra uomo e forze della natura. Un aspetto caratteristico della magia naturale è l'utilizzo di erbe, fiori, piante, semi, radici, acqua, olio, filtri, fumigazioni, rituali, azioni, parole per allontanare persone indesiderate, sciogliere malefici, risolvere problemi relativi alla salute, ai sentimenti, alle scelte pratiche. 
Nelle antiche culture, dagli Egizi ai Greci, dai Romani ai Celti, la medicina popolare e i rimedi a base di erbe erano riconosciuti e utilizzati comunemente e rappresentavano l'unica forma di cura e terapia per qualsiasi tipo di disturbo. In seguito questa forma di medicina venne osteggiata, anche in modo assai violento, sia dalle classi politiche che da quelle religiose. La caccia alle streghe è una triste pratica che ha caratterizzato a lungo il mondo cristiano e cattolico in particolare. In realtà, nella maggior parte dei casi, le streghe erano soltanto donne che conoscevano molto bene i fenomeni naturali e il mondo delle erbe e delle piante. 
Presso il popolo esisteva da sempre la "donna saggia", esperta erborista e guaritrice; le si chiedeva di guarire le malattie non gravi e la sterilità, assistere le partorienti, eliminare fatture, localizzare oggetti rubati, trovare un marito alle fanciulle; era quindi una donna benefica, che spesso sostituiva il medico e l'ostetrica nelle zone di campagna. Non dimentichiamo che allora la medicina era strettamente imparentata con la magia e alle cure primitive ed empiriche si accompagnavano formule di scongiuro per allontanare la malattia; per esempio, un manuale medico consigliava come cura per le febbri di ogni tipo di usare foglie di una certa pianta, scrivendovi sopra, prima dell'uso, alcune parole latine, invocando la Santa Trinità e ripetendo la formula all'alba per tre giorni di seguito, altri manuali medici mostravano la ferma convinzione che le malattie avessero una loro volontà e potessero essere ridotte all'obbedienza con la magia. 
La strega era una grande conoscitrice dei poteri delle erbe, che raccoglieva nelle ore e nei giorni adatti e conservava per fare pozioni; contro la cattiva sorte usava coroncine di artemisia o di verbena, raccolte la mattina del 24 giugno e appese alla porta di casa; un pizzico di bardana negli angoli delle stanze teneva lontane le malattie; il vischio proteggeva dalla stregoneria ed è rimasta ancora oggi l'usanza di regalare mazzi di vischio beneauguranti a Capodanno. L'iperico veniva usato durante gli esorcismi e gli spicchi d'aglio, messi la sera in ogni stanza, assorbivano la negatività presente in un ambiente. La tintura di celidonia aumentava le facoltà psichiche e le streghe se ne mettevano qualche goccia sulla fronte e sulle palpebre prima di dormire. L'altra parte del corredo magico era composta dal materiale per costruire simulacri, come cera, stoffa, argilla; queste venivano modellate a imitazione di una figura umana sulla quale la strega doveva agire; un esempio tipico sono i pupazzetti di cera o stoffa volti alla guarigione ma anche a fare del male, talvolta, e che rientrarono poi nella cultura del voo-doo. 
Le erbe erano raccolte nel cosiddetto periodo balsamico in modo da poter sfruttare appieno le potenzialità dei principi attivi.
La medicina popolare, dunque, fin dalla notte dei tempi, è stata gestita in particolare dalle donne, tradizionalmente esperte nell'arte di curare le malattie con le piante, e i racconti delle più antiche civiltà ci tramandano le storie di maghe e di streghe espertissime nell'effettuare sortilegi e incantesimi o nel preparare rimedi miracolosi impiegando le erbe. Nella mitologia greca troviamo così Medea, che con le erbe preparava filtri magici in grado di assicurare l'eterna giovinezza, oppure la maga Circe che con il tocco di una verga trasformava in porci i naviganti e che era esperta nel creare con le erbe bevande in grado di immunizzare da ogni veleno.
Stranamente la pratica erboristica popolare femminile fu ostinatamente perseguitata sia dalla scienza ufficiale sia dalla Chiesa, come dimostrano gli atti dei numerosi e tragici processi per stregoneria. Fu soprattutto con l'avvento della Controriforma che la Chiesa si espresse in modo inequivocabile in materia di medicina, imponendo norme molto rigide per l'esercizio dell'erboristeria, con multe severe per coloro che vi trasgredivano. Il fatto che la pratica della medicina fosse vietata ai chierici, agli ebrei e alle donne non ha bisogno di commenti. In questo modo le guaritrici popolari e le esperte di erbe venivano accusate di stregoneria, stringendo un legame tra magia e medicina che era di fatto molto più sottile di quanto non venga considerato anche oggi. Accadde così che le anziane donne compassionevoli che, in cambio di qualche ortaggio e un po' di frutta o di farina, si recavano nelle povere case dei contadini per offrire il loro aiuto sotto forma di infusi e decotti venivano arrestate, condannate e bruciate, lasciando la frangia più povera della popolazione priva del loro aiuto, solitamente valido ed efficace, mentre i medici ufficiali a suon di salassi e clisteri facevano, col beneplacito dei prelati, più danno che altro nelle dimore dei ricchi.
Fortunatamente, malgrado le persecuzioni e le proibizioni, le donne dei semplici continuarono a tramandare la loro arte, che non consisteva soltanto nella somministrazione dei rimedi vegetali e di suggerimenti alimentari, nella prescrizione di talismani da portare addosso e nella recitazione di formule o preghiere, ma era accompagnata anche da quell'antica abitudine popolare della condivisione della malattia e della sofferenza che nei tempi più recenti è venuta totalmente a mancare e della cui importanza solo da pochi anni si sono resi conto i medici e i paramedici dei servizi di cure palliative. Nell'antica società rurale non solo italiana ed europea, ma mondiale, non veniva mai a mancare il calore "tribale" del gruppo, che funzionava sia come incoraggiamento alla guarigione sia come alleggerimento del dolore e della sofferenza che venivano per così dire distribuiti a tutto il gruppo.
Per le donne le erbe, i fiori e le piante sono stati uno strumento importante sia per nutrire, sia per curare. Nelle piante è presente tutta l'energia della Madre Terra, che può essere usata per diversi scopi. Anticamente, la fitoterapia basata sulla conoscenza delle piante ha adottato come criterio di scelta dei medicamenti l'analogia delle piante con certe parti del corpo umano, con gli animali e con altre forme presenti in natura.
Le piante magiche sono centinaia, molte sono endemiche in Italia, però molti aspetti del loro uso rituale è andato perduto nel tempo, visto che la stregoneria non aveva una tradizione scritta. Spesso si tratta di erbe molto semplici. Una caratteristica importante da comprendere della stregoneria è la profonda conoscenza dei poteri delle piante, ma non quelle esotiche e strane, ma di quelle che venivano piantate negli orti o nei vasi fuori dalle povere case abitate dalle donne d'erbe. La più comune di queste, ad esempio, è il rosmarino. Alcuni lo usavano per difendersi, altri per guarire, purificare, proteggere.
Vi sono poi alcune piante, che gli inquisitori hanno considerato diaboliche, che avevano la triste fama di essere usate per fabbricare gli unguenti con i quali le streghe si cospargevano il corpo per volare fino al sabba: l'aconito, la belladonna, la mandragora, lo stramonio e il giusquiamo, erbe allucinogene e velenose che però, se usate con coscienza e nelle giuste dosi, hanno proprietà medicinali.
Le piante magiche per eccellenza sono tutte dedicate a divinità femminili, in particolare Diana, Cerere, Demetra, ma soprattutto la Grande Madre Terra. E' quindi logico supporre che le dominae herbarum, le signore delle erbe, che le usavano in quelli che gli inquisitori stigmatizzavano come filtri, non fossero seguaci del demonio, ma sacerdotesse dell'antica religione pagana. 
Se riteniamo che la magia naturale sia la disciplina che hanno seguito le streghe, viene naturale il desiderio di approfondire alcune delle accuse che gli inquisitori hanno rivolto a queste donne circa l'uso di prodotti strani per la realizzazione di polveri, unguenti e filtri usati per le cosiddette pratiche diaboliche. E' sicuramente molto difficile tracciare una separazione nitida tra le pratiche terapeutiche attuate dalle guaritrici di campagna accusate di stregoneria e l'uso rituale e simbolico delle erbe nella magia naturale.
In realtà nella medicina popolare riscontriamo una serie di riferimenti costanti al mondo vegetale e alle persone che erano in grado di conoscere le proprietà delle piante;
Nell'antica tradizione contadina, alle attività di guaritore e di erborista era particolarmente versato chi nasceva in giorni o in condizioni particolari. Anzi, chi alla nascita godeva di tali favori del Cielo doveva sentirsi impegnato a utilizzarli per non sprecare un dono venuto dall'alto. Di buon auspicio per le attività di guarigione era la nascita nel giorno di Natale oppure all'insegna del numero sette: il settimo di sette figli maschi, la settima di sette figlie femmine, i bimbi nati di sette mesi, i famosi settimini, tenuti in grande stima nelle nostre campagne fino ai primi decenni dopo la seconda guerra mondiale. Ottimo guaritore sarebbe stato anche chi nasceva "con la camicia", cioè ancora avvolto nel sacco amniotico. Infine, erano in genere ritenute predisposte alla conoscenza delle erbe medicinali le figlie di donne a loro volta guaritrici o figli di guaritori.
Nel Medioevo si credeva inoltre che anche i re e alcuni nobili Ci sono numerose testimonianze di contadini che mandavano a chiamare il proprio re per fare alleviare o guarire le proprie malattie.
La guaritrice dunque, che quasi sicuramente aveva avuto una nascita che l'aveva in qualche modo segnata, proprio per il suo contatto costante con la natura veniva rivestita da un'aura sacrale. Ispirava sentimenti di paura e reverenza per l'incapacità da parte degli uomini comuni di comprendere l'origine dei suoi poteri, che derivavano essenzialmente da una comunione completa e totale con gli elementi della natura. 
Prima della repressione e delle accuse di stregoneria, la donna delle erbe aveva un ruolo preciso nella società della quale faceva parte ed era un punto di riferimento fondamentale per la collettività. Questa figura faceva uso di tecniche magiche quasi sempre a scopo terapeutico e per questo motivo venne perseguitata e bruciata sul rogo come strega. Come sempre si teme ciò che non si conosce e la sapienza antica delle erbe fu bollata come rapporto con il diavolo, come conoscenza infernale che aveva come scopo un complotto cosmico contro le forze del bene. 
Le streghe erano accusate di diffondere epidemie, di avvelenare le acque, di distruggere i raccolti e di provocare sconvolgenti condizioni climatiche avverse.
Il rapporto tra le donne e le erbe è sempre stato molto stretto. Erbe che curano, erbe che nutrono. ma anche erbe che uccidono, e questo ha, in ogni periodo storico, spaventato moltissimo gli uomini, che vedevano in questo potere occulto delle donne un pericolo per la loro incolumità. E tra le donne martirizzate come streghe, moltissime erano donne d'erbe.
Prima della repressione avvenuta nel periodo della lotta alla stregoneria, la donna che conosceva le virtutes herbarum poteva contare su un certo riconoscimento sociale in seno alle comunità agricole e pastorali, occupava un ruolo preciso, era punto di riferimento per la collettività. Era colei che guariva.
Con l'accentuarsi della fobia sui poteri delle streghe, si affermò anche la paura che dietro le pratiche erboristiche delle guaritrici di campagna si celassero oscuri rituali diabolici.
Le streghe erano buone conoscitrici dei poteri delle erbe e ne sapevano utilizzare sia positivamente sia negativamente le proprietà terapeutiche.
Intorno a questo complesso sapere si sono coagulati secoli di tradizioni e credenze, condizionate profondamente dalla demonizzazione dell'Inquisizione. I tribunali, generalizzando, crearono i presupposti per collocare tutta una tradizione popolare sulla scia del culto del diavolo, privando le donne d'erbe della propria atavica connessione con la natura, la Grande Madre.


Fonti:
- Le erbe della nonna, collana La Bottega della Natura, ed. De Agostini, 2007
- Tradizioni perdute, Devon Scott
- Il grande libro delle piante magiche, Laura Rangoni

venerdì 26 giugno 2015

Di donne, di streghe, di scope e cappelli

Forse sono io a essere troppo seria o forse no, forse prendo le cose un po' "di petto", ma quando si parla di streghe, di donne, di inquisizione e paesini turistici mi infiammo facilmente.
Nel bellissimo entroterra della provincia di Imperia, in Liguria, c'è un paesino appeso sulla cima di un colle. In questo paese, come in tanti altri, un tempo successero fatti angoscianti e tremendi. Sto parlando di Triora, considerata la Salem d'Italia, dove sul finire del Cinquecento si scatenò uno dei più importanti processi contro le streghe.
A cosa vi fa pensare la parola "strega"? Ai più credo che susciti sensazioni negative, come darvi torto? In fondo questo termine è nato in senso dispregiativo e ancora oggi viene usato per etichettare in qualche modo una persona malvagia, con intenti tutt'altro che buoni. Nei nostri tempi moderni, poi, ci immaginiamo fin troppo bene le streghe: cappello a punta, abito nero, naso lungo, verruche, gobba, unghie lunghe e appuntite... i cliché non si sprecano di certo. Spesso però mi chiedo se qualcuno si fermi a pensare a chi dovessero essere veramente quelle donne, a che aspetto avessero nella realtà, e non nella fantasia popolare ingigantitasi fino ai giorni nostri.
Che poi non si parla mica solo di donne! Strega poteva essere anche un uomo, e ci sono testimonianze di uomini accusati di praticare la stregoneria. Ed ecco che già si comincia a sfatare il mito. 
Vi sarà capitato una volta nella vita di girare in qualche negozietto di souvenir e trovare la classica "befana", pronta per essere acquistata e regalata a qualcuno. Forse vi sarà capitato di trovarla proprio in una cittadina che in qualche modo avesse una leggenda o una storia legata alla stregoneria. Ebbene, quella befana col fazzoletto in testa, stracci al posto dei vestiti e la scopa sottogamba è diventato ormai uno degli emblemi di Triora, così come di tanti altri paesini che ne condividono la triste storia. 
Spesso mi sono chiesta come mai, in un paese in cui donne (e anche uomini, ricordiamolo) sono state torturate senza pietà, dove il dolore del passato riecheggia ancora tra le vecchie mura, ci si ostini a vedere solo la parte "fiabesca" della storia. Ma di fiabesco che cosa c'è esattamente? 
Badate, la mia non vuole essere una critica verso Triora, i suoi negozi, verso chi vende gadget... questo vuole essere solo uno spunto di riflessione, perché a sbagliare non è Triora in quanto tale, l'errore sta nella mentalità di ognuno di noi e nel non saper più osservare con attenzione, non avere più l'interesse di informarsi. 
Per farvi comprendere meglio quello che intendo, devo fare una premessa storica; perdonatemi, ma è necessaria. Andiamo dunque ad addentrarci in quella fiaba che fiaba non è, ambientata in un tempo lontano, in un paese chiamato Triora.

La storia di questo paese è molto antica: già nel Neolitico nella zona dove oggi sorge il borgo medioevale sono documentati degli insediamenti umani, dei quali ci rimangono alcuni resti. Venne sottomessa all'Impero Romano, poi divenne un feudo della repubblica genovese.
Pare che sotto la chiesa della Collegiata, in centro al paese, un tempo sorgesse un tempio pagano; anche un menhir al Passo della Mezzaluna, non distante dal borgo, testimonia gli antichi culti fortemente sentiti in questa valle.
Il nome "Triora" deriva dal latino "tria ora" che letteralmente significa "tre bocche", quelle del Cerbero rappresentato nello stemma del paese. Triora divenne famosa alla fine del Cinquecento, quando finì nell'occhio del ciclone a causa del processo alle streghe voluto dall'Inquisizione.
Ancora oggi l'eco di quei giorni rimbomba tra le mura della città, e anche il visitatore meno documentato, aggirandosi tra le viuzze strette e tortuose, ne subisce il terribile fascino. Ma cosa successe esattamente? Perché ancora oggi questo borgo medievale continua a far parlare di sè?
Era la fine dell'estate del 1587; da ormai due anni la carestia devastava il paese e la causa di questa piaga insopportabile non potevano che essere le streghe, donne malefiche che si aggiravano per le vie della città a gettare incantesimi e a fare pozioni durante la notte. Come se non bastasse, alcuni affermavano che fossero anche infanticide.
Con queste accuse si aprì uno dei più atroci processi alle streghe d'Italia. In realtà  oggi si sa per certo che Triora non fu mai colpita da una carestia, visto e considerato che la città inviava parecchi viveri a Genova, tanto da essere nominata "granaio della repubblica".  L'ipotesi più probabile è quella che i nobili di Triora imposero tasse maggiori sugli alimenti agli abitanti del paese, che si trovarono così a morire di fame, e a fare da capro espiatorio al malcontento crescente erano le streghe, le donne più povere che abitavano fuori dalle mure dalla città.
Nell'ottobre del 1588, dunque, il Parlamento locale diede il via al processo e l'autorità ecclesiastica non tardò a intervenire. Vennero confiscate alcune abitazioni private per essere adibite a prigioni; venti donne furono incarcerate, si procedette alla tortura e le accuse estorte durante gli interrogatori portarono in carcere altre donne. Bastava davvero poco per essere accusati di stregoneria e a Triora gli abitanti presero ad additarsi l'un l'altro, scatenando un vero pandemonio. Se una donna suscitava le invidie o le ire di qualcuno, sbarazzarsi di lei era molto semplice: bastava accusarla di essere una strega, imputandole malefatte di ogni genere, e subito quella veniva incarcerata e torturata.
La prima vittima dell'Inquisizione fu la sessantenne Isotta Stella, morta agonizzante dopo le torture, seguita da una seconda donna che cadde nel tentativo di calarsi giù da una delle finestre della sua prigione. Nel popolo cominciò a serpeggiare un certo malumore, poichè il tanto invocato intervento delle autorità iniziava a spaventare per la sua ferocia. Infatti, non furono solo le povere contadine a essere incarcerate: tra le presunte streghe c'erano anche delle nobildonne. La situazione stava pian piano degenerando e gli Anziani decisero di chiedere che il processo venisse sospeso poiché non garantiva più alcun tipo di giustizia. Nella loro lettera al Doge di Genova scrissero come la stessa Isotta morì sotto tortura, dopo aver confessato disperatamente di essere una strega. I suoi torturatori sostenevano che la donna, aiutata dalle sue arti magiche, sopportava il supplizio arrivando addirittura ad addormentarsi. 
In seguito alle lamentele, gli inquisitori partirono da Triora, ma lasciarono le accusate in carcere. Il governo genovese si accorse che quelle donne rischiavano di rimanere in prigione per molto tempo, lasciando la questione in sospeso. Nei primi giorni di maggio giunse a Triora l’Inquisitore Capo per visitare le donne in carcere e accertarsi della situazione. Tutte, eccetto una, negarono quanto avevano ammesso prima. Rimasero tutte in carcere, eccetto una ragazzina di 13 anni che venne lasciata libera. Il processo si protrasse per altri mesi, finché giunse a Triora un commissario speciale, Scribani, inviato da Genova. Il commissario intendeva sradicare il morbo malefico insediatosi in paese e che sembrava coinvolgere gran parte dei suoi abitanti; inviò così tredici donne e un uomo nel carcere di Genova, accusati di stregoneria. Aprì nuovi casi intorno alla zona di Triora, mandando al patibolo donne innocenti, dopo averle sottoposte a tremende torture.
Una di queste, che viene ricordata ancora oggi, è Franchetta Borelli, che venne torturata al cavalletto dallo stesso Scribani per più di un giorno. Franchetta era di famiglia nobile. Le cronache dell'epoca la descrivono come una donna di bell'aspetto ed economicamente benestante, seppure nubile. La donna venne chiamata in causa da altre compaesane. Dopo ore di interminabili torture, confessò alcune colpe, sperando di essere lasciata in pace, poi si chiuse nel silenzio. E' passata alla storia la testimonianza di una frase da lei pronunciata, indicativa della situazione e delle sofferenze a cui le presunte streghe erano sottoposte: "Io stringo i denti e diranno che rido". Sotto cauzione, pagata dal fratello, a Franchetta furono concessi gli arresti domiciliari, ma la poverina decise di fuggire, cosa che insospettì lo Scribani, che per poco non incolpò un conoscente della stessa Franchetta per averla aiutata. La donna decise a quel punto di tornare in paese e andare incontro al suo destino. Gli atti del processo riportano le ventuno ore di interrogatorio e torture, durante le quali la donna alternava il silenzio e momenti di sconforto a momenti in cui esprimeva pensieri innocenti. Non si sa come finì la sua storia da strega, ma i documenti attestano la sua morte parecchi anni dopo il processo e fu sepolta in terra consacrata, cosa che fa ben sperare sulla sua triste storia.
Lo Scribani, dunque, disilluse le aspettative generali, portando nel paese una nuova ventata di terrore. Le accuse che egli mosse alle donne furono sempre sostanzialmente tre: reato contro Dio, commercio con il demonio, omicidio di donne e bambini. Venuto a conoscenza dell'operato dello Scrivani, il Doge di Genova gli raccomandò di occuparsi solo della giustizia, tralasciando le accuse che erano di materia dell'Inquisizione. Allo Scribani non rimase che rifare i processi, arrivando alla condanna a morte di quattro streghe nei dintorni di Triora. Avvenne così il trasporto a Genova delle cinque accusate, che partirono dal borgo nell'ottobre del 1588. Viaggiarono per mare e una volta arrivate a Genova vennero messe nelle carceri. Queste si andarono ad aggiungere alle prime tredici già incarcerate e lì trasportate. Delle prime tredici non si conosce la sorte e c'è la possibilità che alcune fossero state rimandate già a Triora  perché ritenute innocenti.
Nell'aprile 1589 si incominciò a intravedere la luce: alcuni cardinali fecero giungere l'ordine di chiusura dei processi e in poco tempo l'Inquisizione si ritirò.
Ma che fine fecero le donne ancora incarcerate? Vennero lasciate libere o rimasero in prigione fino alla fine dei loro giorni? Nessuno lo sa, perché da quel momento in poi mancano documenti ufficiali che possano fare luce sulla loro sorte. Alcuni sostengono che furono lasciate libere e la prova di questa affermazione sarebbe leggibile nei registri parrocchiali di un paese non lontano da Triora, dove, dal 1600 in poi, compare il cognome Bazoro o Bazura, che richiama inequivocabilmente la parola "bagiùa", espressione dialettale con cui venivano chiamate le streghe a Triora.

Ed eccovi dunque, nuda e cruda, la storia di Triora, quella che oggi quasi viene confusa davvero per una fiaba.
Girando per le vie del borgo, mi sono accorta spesso della superficialità della gente, che ancora oggi crede fermamente che quelle accusate fossero streghe figlie del demonio.
Ecco allora che entrano in gioco le befane di cui vi parlavo poco fa: visitando questi luoghi così intrisi di storia, di dolore e, perché no, di orrore, vorrei sapere in quanti si fermano a pensare a chi fossero realmente quelle donne e a cosa direbbero oggi se si vedessero rappresentate in una befana su una scopa di saggina. 
Dovremmo fermarci a pensare ai luoghi sui quali camminiamo, rispettando il silenzio carico di parole che aleggia tra le vie tortuose del borgo, anziché schiamazzare e fare battute di cattivo gusto. Dovremmo riflettere sul fatto che le pietre che stiamo calpestando sono più vecchie di noi e  conservano ancora il ricordo delle urla di quelle donne disperate che furono private della dignità, della libertà e della vita. I luoghi come Triora hanno molto da comunicare al mondo, possono insegnare ancora qualcosa, è solo il nostro sguardo a dover cambiare direzione.
Queste donne altro non erano che abili levatrici, esperte conoscitrici delle erbe e delle tecniche di guarigione e per queste loro inaccettabili conoscenze vennero crudelmente accusate di stregoneria e di stringere patti con il diavolo. Sulla figura del demonio, poi, ci sarebbe un capitolo a parte da aprire, dato che di per sé il diavolo non esiste, e la sua rappresentazione con corna e sembianze caprine deriva da un'antica e benevola divinità delle foreste, demonizzata poi dal cristianesimo.
In un mondo antico e spietato, dove solo il più forte poteva avere la meglio, dove i ritmi erano più lenti dei nostri e dove bisognava fare affidamento unicamente sulle proprie forze e sulla benevolenza di Madre Natura, era naturale affidarsi ai poteri delle erbe per curare malanni e risolvere problemi. Le donne, custodi del focolare domestico, conoscevano i metodi per calmare la tosse, curare l'infertilità e dare sollievo ai neonati. In molte parti d'Italia e del mondo alcune tradizioni sono ancora molto vive, tramandate di generazione in generazione da tempi lontanissimi, quindi non c'è da stupirsi della conoscenza di queste donne. Quello che deve suscitare stupore, piuttosto, è l'inettitudine delle persone e l'incapacità di noi uomini moderni di vedere oltre e di imparare a rispettare il passato, senza ridicolizzarlo né sminuirlo.
Ricordiamoci che le streghe non sono morte. A Triora sopravvivono nei gesti e nelle abitudini quotidiane, tra i muri, nelle foreste e presso le sorgenti della magica Valle Argentina, questo ve lo posso assicurare, dato che ci sono stata di persona. Streghe ce ne sono ancora tra quelle antiche mura, un occhio attento se ne accorge facilmente per le offerte che vengono lasciate a ogni angolo. Ma le streghe, sagge e silenziose, camminano anche nelle strade affollate della città, e di certo non portano cappelli a punta né si muovono su scope volanti.
Spesso essere strega significa semplicemente avere una sensibilità diversa da quella altrui, percorrere sentieri dell'anima sconosciuti ai più ed essere fatte di puro Amore.
Adesso ditemi se tutto questo può rimandare a nasi adunchi, gobbe e risate gracchianti...

Fonti:
- Pensieri miei sparsi
- "I Segreti di Triora - il potere del luogo, le streghe e l'ombra del boia", Maria Antonietta Breda, Ippolito Edmondo Ferrario, Gianluca Padovan, Mursia ed.