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giovedì 8 settembre 2016

La Magia nell'antico Egitto

La parola egizia "Heka" viene tradotta oggi con il termine magia, anche se indicava qualcosa di ben diverso da quello che intendiamo noi. Oggi, infatti, si tende a pensare alla magia come a qualcosa di negativo, ma essa per gli Egizi non era volta al male. La magia era parte integrante del pensiero religioso perché rappresentava l'energia impiegata dal dio primordiale per creare il mondo e mantenere l'equilibrio cosmico. Era una forza soprannaturale che tutti gli dèi possedevano, ma che in misura minore apparteneva anche ai sovrani e ai defunti e che poteva essere controllata  ed evocata tramite formule, rituali o oggetti anche da persone comuni. Tale forza serviva per gestire alcune situazioni come quelle di passaggio (parto, nascita, malattia, morte...). La magia, secondo gli Egizi, si fondava su tre principi: verità, realtà e ragione. Il mago doveva allontanare la menzogna, il vero volto del male; doveva vivere "qui e ora" al servizio dei suoi fratelli umani; infine, doveva conoscere le leggi.
Per gli Egizi la magia era una realtà presente a tutti i livelli. I rituali erano magia cerimoniale, le preghiere erano formule magiche, l'iniziazione era un tentativo di penetrare i misteri della vita in tutte le sue forme e manifestazioni. Si desiderava essere iniziati non per diventare déi, ma per ritrovare la scintilla divina senza la quale non si sarebbe stati che granelli di polvere caduti da una cometa impazzita. 
Praticare la magia era ritenuto indispensabile ed era una pratica accessibile a chiunque. Nonostante ciò, essa veniva vissuta come una scienza sacerdotale i cui esperti erano sacerdoti chiamati Kheriheb.
Il Kheriheb è "colui che ha potere sulle feste", ovvero delle ricorrenze che scandivano il corpo immenso della società egizia: feste dinastiche, festival di déi, celebrazioni e festività legate ai cicli dell'agricoltura. Il Kheriheb, "lettore dei libri sacri", conosceva le formule e istruiva i candidati all'iniziazione.
Secondo gli Egizi, la magia è la forza che regola le reciproche relazioni delle virtù superiori e il loro rapporto con l'uomo. Il vero signore di questo mondo è il mago che conosce le formule magiche alle quali tutto deve sottomettersi. Questo potere non è tirannico, ma altruista; il mago non mira ad affermare la propria potenza, ma agisce in modo impersonale, secondo il triplice scopo della magia operativa:
- soddisfare i legittimi bisogni della vita terrena (per esempio curando);
- preparare i vivi al loro divenire postumo, familiarizzarli con l'aldilà;
- comunicare con gli spiriti (o dèi) perché proteggano la Terra.
Per gli Egizi anche l'arte era una forma di magia, poiché era considerata un tentativo di infondere lo spirito nella materia. L'artista riproduceva per magia simpatica l'atto di Ptah, divino vasaio, fabbro e architetto, artefice della creazione.
La magia, dunque, permetteva di entrare in contatto con l'anima dell'universo che molte popolazioni hanno chiamato semplicemente "dio". Gli Egizi, invece, usano la parola Neter, l'energia divina in azione.
I componenti essenziali dell'atto magico sono tre:
- la formula, che veniva recitata ed era un insieme significativo di suoni;
- il gesto, o rito, un insieme significativo di movimenti;
- l'oggetto materiale, l'insieme significativo di qualità intrinseche di una sostanza o di un miscuglio di sostanze.
Tutto questo si poteva chiamare magia, heka, ma questo termine va ben al di là della sua più comune definizione.
Heka era un dio, la personificazione di uno dei tre poteri del creatore dell'universo Ra-Atum. E, come dio, aveva un culto, un sacerdozio, una sede (Eliopoli) già nell'Antico Regno.
Ra-Atum aveva il potere di creare  (Heka), quello di inventare una creatura semplicemente formulandone il nome (Hu=espressione creativa, logos) e l'intelligenza per strutturare e organizzare il tutto (Sia). Heka è antecedente a Hu, esiste da prima che Hu fosse emanato dalla bocca del Creatore, ma da solo non può realizzarsi. Viene attivato da Hu, la parola divina che crea le singole forme viventi e i singoli fenomeni dell'universo. Heka viene incanalato in ogni cosa, mantenendola in vita dopo averla creata, grazie a Hu. Tutto è permeato da Heka, quindi tutto vive, tutto è supporto di forze coscienti. Heka risiede anche nell'uomo; è in suo possesso e può aiutarlo a ottenere quelle cose che non può raggiungere con i mezzi normali. Heka è presente nella creazione dell'inizio del tempo, ma la creazione non è un evento singolo che ha dato la prima spinta a un moto perpetuo: è ciclica, deve essere riattivata ogni mattina; l'ordine cosmico, insieme con quello sociale che ne è una replica, deve essere costantemente difeso e garantito. Ecco allora che uomini e divinità si avvalgono di Heka per neutralizzare le forze distruttive, le negatività dell'universo cosmico e sociale.

Il fluido vitale
Per gli Egizi l'universo è un insieme coerente e la magia è la realizzazione della simbiosi tra gli elementi che compongono il Tutto (divinità, spiriti, stelle, pianeti, uomini). Questo Tutto è immerso costantemente in invisibili correnti di energia che gli Egizi chiamano fluido vitale. Il divino ha il potere di "lanciare il fluido" e l'umano ha il dovere di captarlo, di servirsene per entrare in armonia con l'ambiente che lo circonda. Il fluido vitale si materializza nella Vita eternamente rinnovata e nella Forza e nel potere dati dalla Conoscenza.

Il male
Il male e la malattia sono un'interruzione del fluido vitale. Nel pensiero egiziano, bene e male non sono considerate forze antagoniste, ma due poli complementari: positivo e negativo. Il pericolo sta nella rottura dell'equilibrio che può generare la predominanza della negatività. L'errore può rivelarsi necessario per il progresso, ma deve essere eliminato al più presto. I momenti di passaggio, seppure inevitabili, sono critici dal punto di vista magico; il passaggio tra il giorno e la notte, tra un anno e il successivo, tra la vita e la morte, la salute e la malattia... i maghi avevano il compito di negoziare in questi momenti pericolosi e delicati.

La magia come arte
La magia non è un gioco, non si improvvisa; essa è nel contempo una scienza e un'arte che si acquisisce con pazienza e umiltà. Essa consiste nell'integrarsi con l'universo e diventare permeabile per lasciarsi penetrare a ogni istante dall'invisibile fluido vitale. La magia si può definire come l'utilizzo sul piano fisico dei poteri psichici superiori e latenti presenti nell'uomo.
In Egitto il mago e il medico non sono avversari, ma collaborano per stabilire un equilibrio tra il relativo e l'assoluto, tra il possibile e l'impossibile.

Il mago
Il mago della Valle del Nilo è al servizio della preservazione dell'Ordine del mondo, la Maat. Ciò che egli apprende nel tempio si può riassumere in quattro verbi: sapere, volere, osare, tacere.
Il mago è un guerriero che si batte contro la malattia e il male; egli attacca l'invisibile potenza che perturba un organismo, tenendo presente che bisogna curare la causa, non l'effetto. Egli fa voto di silenzio, non è tenuto a rivelare i segreti della sua arte; il segreto non serve a nascondere, ma preservare.

Le formule
Il mago conosce e utilizza adeguatamente le formule. La formula è l'arma più antica del mago. La "Genesi di Ptah" a Menfi è il primo testo nella storia dell'umanità ad affermare che Dio creò il mondo in virtù del suo verbo. Appena nominate, le cose iniziarono a esistere. Il potere dei suoni è creatore e il mago, identificandosi con Dio, diventa a sua volta creatore.
La formula può presentare aspetti diversi:
- l'ingiunzione o comando; se essa si rivela inefficace, per scatenare la forza magica si può ricorrere alla minaccia.
- la preghiera; è un atto di fede e di umiltà, suscettibile di toccare il cuore del dio.
- l'affermazione di un principio permette di convincersi della riuscita dell'operazione.

Altri principi della magia
Il mago, oltre alla conoscenza intellettuale, deve mettere in pratica anche i principi che gli sono stati insegnati:
- Principio di partecipazione: nell'universo tutto è collegato e il destino di un uomo non è estraneo al pianeta che ha presieduto alla sua nascita.
- Principio di solidarietà: rafforza il precedente. Tutte le parti del corpo umano sono collegate tra loro; se una parte non funziona, ne risente tutto l'insieme. Questo accade in ogni ambito, non solo nel corpo umano. Quando l'equilibrio si spezza, va ripristinato.
- Logica: l'universo e l'organismo ubbidiscono a un numero relativamente limitato di regole che seguono una logica magica. In sostanza "il simile attira il simile": per fermare un'emorragia si annoda una corda, per far piovere si versa dell'acqua...
- Omeopatia: Anche qui "il simile attira il simile". Gli Egizi avevano calendari dei giorni fausti e nefasti che scandivano l'anno: se un evento felice è accaduto in un giorno preciso, da quel momento quel giorno diventa propizio per la ripetizione di un evento analogo.
- Astrologia: è una scienza a servizio del momento magico. Gli Egizi avevano una concezione ciclica del tempo; l'astrologia offriva i periodi benefici dell'anno e quelli in cui, invece, bisognava essere più vigili. Grande importanza veniva data ai momenti di passaggio.

Diversi tipi di magia
La magia in Egitto, a differenza di quella europea, non viene divisa in magia nera o magia bianca, ma in Ua o "magia inferiore", ovvero quella del mondo fisico, della salute, del denaro e della fortuna, ed Hekau, o "magia superiore", associata invece allo spirito. Le tipologie di magia utilizzate dagli Egizi sono queste:
- Magia scritta: era utilizzata sulle pergamene, sui testi sacri e sulle mura delle case.
- Magia delle parole: la parola nell'antico Egitto era considerata sacra e creatrice. La parola crea tutte le cose. I geroglifici erano chiamati medw neter, "parola del Dio". Le parole, pronunciate nel modo giusto, generano un campo energetico/vibratorio; i suoni sono vivi, hanno potere vitale e trasformativo, incidono sulla realtà materiale e su quelle dei regni paralleli dei vari corpi. Quelle usate in magia, dunque, vengono definite Urt Hekau, "grandi parole di potere". Le Urt Hekau sono scritte in lingua geroglifica sbait, ossia proveniente dalle stelle (sba=stella, porta; sbait=insegnamento, istruzione, ciò che viene dalle stelle).
- Magia simpatica: la parte influisce sul tutto, il simile attira il simile.
- Amuleti: largamente utilizzati per la protezione e per facilitare il viaggio del defunto verso l'aldilà.

Il rituale magico
Un rituale è un meccanismo di grande precisione, è una cerimonia destinata a captare la rete invisibile delle forze che muovono l'universo. Il rito magico e i riti del tempio hanno la stessa natura, ma il primo riguarda l'aspetto terapeutico. Prima del rituale il mago deve isolarsi, digiunare e astenersi da contatti carnali per tre giorni. Poi si sdraia su una stuoia di canne per terra, divenendo una "mummia vivente"; il suo spirito si libera di ogni ostacolo mentale per comunicare con le potenze superiori. Resta così per tre giorni, poi purifica il corpo concentrandosi in particolar modo sui piedi (a contatto con le energie della terra) e sulle mani (captano e diffondono le energie). Indossa una tunica di lino bianca e dei sandali bianchi nuovi di papiro, a simboleggiare la verginità. Il corpo del mago viene unto di mirra ed essenza di pino, si pone del natron in bocca e dietro le orecchie e si dipinge con l'inchiostro sulla lingua un'immagine di Maat. Il mago fumiga la stanza con l'incenso e pone a terra le offerte. Spande una terra leggera nell'aria (mai calpestata da uomini o animali) e traccia sulla terra un disegno rituale corrispondente all'atto magico, poi vi si pone al centro.

L'evocazione degli dèi
Il mago, oltre a essere terapeuta, può entrare in contatto con le divinità per esplorare il proprio spirito, per comprendere una situazione, trovare risposta a una questione o per proiettarsi nel futuro.
Il rito di evocazione si compie in una stanza buia, sul tetto di una casa o in un luogo elevato e discreto. Viene coinvolto nel rito anche un giovane vergine, il mago si tinge la palpebra destra di verde e quella sinistra di nero, poi recita una formula per nove volte, dopo di che il dio è stato evocato e può parlare. 

Fonti:
- Magia e iniziazione nell'Egitto dei faraoni, René Lachaud, Edizioni Mediterranee
- L'antica medicina egizia, Giuliano Imperiali, Xenia Edizioni.


lunedì 22 agosto 2016

L'eco degli déi e dei Celti al Passo della Mezzaluna

Ci sono luoghi in cui il passato risuona ancora, più forte e prepotente del presente. Sono posti in cui la vita di popoli antichi è tangibile, vera, concreta, e la natura tutto intorno ne propaga l'eco, dandoci la possibilità di ascoltarla, sentirla e persino vederla.
Uno di questi posti si trova sul sentiero per il Passo della Mezzaluna, che attraversa il Bosco di Rezzo e in cui si trovano tracce degli antichi insediamenti pastorali della zona, la cui presenza è ben visibile nel Ciotto di San Lorenzo.
Ci troviamo nella provincia di Imperia, nella Valle Argentina, così ricca di mistero, magia e tradizioni. Qui, in Liguria, le antiche popolazioni vennero a contatto con i Celti e ne assorbirono usanze e cultura; la presenza celtica tra questi sentieri e in giornate nebbiose si fa prepotente, tanto che sembra di essere finiti in un tempo lontano, quando druidi, fate e divinità camminavano ancora sulla Terra. 
Il sentiero si inoltra nel bosco, dove faggi maestosi e noccioli sono i padroni indiscussi. L'atmosfera è surreale e un cartello avverte subito della presenza del lupo. 




Sopra di noi un tetto di foglie copre la vista del cielo, un fogliame così verde da sembrare uscito da una cartolina irlandese. 



Gli alberi sono alti, imponenti e non si può fare a meno di sentirsi piccoli al loro confronto. Quello di Rezzo è un bosco antico, suscita rispetto, tant'è che viene spontaneo abbassare il tono della voce quando si percorre il sentiero tra i faggi. Si dice che tra le radici di quegli alberi si nascondano le abitazioni di fate e spiritelli silvani, troppo timidi e timorosi della presenza dell'uomo per lasciarsi osservare, ma non per questo meno veri e reali.
Pietra-altare
Si prosegue in falso piano nella foresta fino ad arrivare là, in uno dei punti di maggiore interesse dell'intero sentiero. Il Ciotto di San Lorenzo è un posto davvero intriso di magia, l'energia che emana è tangibile, si sente sottopelle. Prima dell'arrivo dei Romani, ogni anno i pastori percorrevano questo sentiero per la transumanza e giungevano in questa depressione del terreno per spartirsi i pascoli alti del Passo della Mezzaluna, non prima di aver sacrificato un animale agli dèi. Quell'altare sacrificale è ancora lì, ricordo di tempi lontani, di timore reverenziale e rispetto verso quella natura che oggi deturpiamo senza pietà né scrupoli. E' ancora presente anche la coppella per raccogliere il sangue della vittima, con relativo canale di scolo. 
Poco distante dalla pietra-altare, un cerchio di pietre delimita l'area di riparo dei pastori e là, sopra la depressione del terreno, si ammira una pietrafitta, un antico menhir la cui datazione si è persa nel tempo e che serviva per le osservazioni astronomiche. 

Pietre disposte a perimetro (il cerchio di pietre)
E' una roccia alta due metri, larga sessanta centimetri e spessa dieci che oggi si presenta inclinata. Un tempo segnava l'azimut del sole al tramonto nel periodo del Solstizio invernale.

Il menhir
La nebbia avvolge tutto, rendendo l'esperienza ancora più mistica. I corvi imperiali osservano i nostri passi, gracchiando e volando intorno a noi, guardiani alati di un luogo ricco di storia e conoscenza che mi hanno riportato alla mente i corvi di Odino, Huginn e Muninn (Pensiero e Memoria). Impossibile non farsi sopraffare dalla magia del luogo, non lasciarsi trasportare dalla fantasia, e allora persino Avalon sembra reale in quel cerchio di pietre, a un passo da noi. Massi di  enormi proporzioni caduti dall'alto hanno permesso la costruzione di rifugi improvvisati, che hanno tutta l'aria di "capanne dello stregone". E poi la nebbia... avvolge tutto, persino i pensieri, aprendo l'immaginazione a un mondo che va oltre la materialità, sfiora il sensibile e proietta verso l'immateriale, l'intangibile e l'incredibile.

Dentro il cerchio di pietre
La capanna, un riparo improvvisato all'interno del cerchio.
Lasciato quel posto di rara bellezza con un senso di pace e comunione con la Natura tutta, si prosegue ancora nel bosco, che man mano diventa più cupo. E di nuovo il silenzio si impone, interrotto solo dai versi degli uccelli che avvertono il Bosco della nostra presenza. Tra quegli alberi lupo e cinghiale la fanno da padroni, si percorre il sentiero guardandosi intorno, alla ricerca di due occhi gialli in mezzo al fogliame. E lo si fa con il cuore in gola per l'emozione, cercando avidamente la loro presenza, come se fosse essenziale, come se la nostra anima avesse un atavico bisogno di scorgerli, per poi non dimenticarli mai più.



E infine, dopo qualche salita e attraversando praterie montane che aprono lo sguardo e il cuore, si arriva lassù, al Passo della Mezzaluna (1454 m.s.l.m.) . Gli occhi abbracciano l'immensità e ci si sente ristorati, sereni, accolti da Madre Natura come figli tornati ad amarla e a venerarla. 

Il Passo della Mezzaluna
L'erba dei pascoli è ormai secca, l'autunno sembra più vicino qui. E ancora voli di corvi ci rammentano che non siamo soli, che siamo chiamati a rispettare la bellezza tutto intorno e ad ascoltarla, comprenderla e farla nostra.
Dopo una sosta si riparte e si torna indietro, assaporando ogni passo che ci separa dalla civiltà cittadina che ci eravamo lasciati alle spalle. Si vorrebbe restare lì, dove il cielo si tocca con un dito e dove gli déi del passato parlano ancora. Ci si consola, però, con uno zaino alleggerito dopo aver consumato un pranzo al sacco, ma arricchito dalle esperienze indescrivibili e dalle emozioni avvolgenti della giornata, con la speranza di poterle rivivere presto. 

venerdì 29 gennaio 2016

I giorni della Merla tra leggenda e tradizione

La tradizione ricorda i giorni che vanno dal 29 al 31 Gennaio come "giorni della Merla". Ne abbiamo sentito spesso parlare, ma non sempre ne conosciamo l'origine.
Le leggende legate a questi tre giorni dell'anno sono molte, ma la più famosa è forse la seguente.
Un tempo, quando Gennaio aveva ancora 28 giorni e non 31 come oggi, i merli erano tutti bianchi. Il primo mese dell'anno era scherzoso e dispettoso nei confronti di questi uccelli, probabilmente perché ne invidiava il piumaggio che un tempo pare fosse bianco. Così Gennaio iniziò a tormentare una Merla particolarmente bella: ogni volta che ella usciva dal nido per procurare il cibo per sé e i suoi cuccioli, lui mandava un freddo pungente a colpirla sotto forma di bufere di neve o vento gelido. Un giorno la Merla, stanca di subire le angherie di Gennaio, gli chiese sarcasticamente: "Caro Gennaio, non è che potresti durare qualche giorno in meno?"
"No, Merla. A me sono spettati questi 28 giorni, e prima non me ne posso andare."
Allora l'uccello decise di giocare d'astuzia: l'anno seguente, la Merla si procurò tutte le provviste necessarie per i 28 giorni di Gennaio, così da non mettere il becco fuori dal nido e non dover patire tutto il freddo che lui le mandava. A mese concluso, ella uscì dal suo riparo e sbeffeggiò Gennaio: "Quest'anno sono stata bene, non ho subito il tuo freddo neanche per un giorno, chiusa al calduccio!"
A quel punto Gennaio, risentito per l'arguzia della Merla, si recò da Febbraio, che durava allora 31 giorni, e gli chiese in prestito 3 giorni. Febbraio acconsentì e Gennaio soffiò sulla Terra una bufera tremenda e insistente per tutti e tre i giorni, costringendo la povera Merla a trovare rifugio nel comignolo di un camino, in cerca di un po' di tepore. Trascorsi quei giorni di freddo insistente, uscì dal suo nascondiglio, ma ahimè le sue piume erano divenute tutte nere per via della fuliggine. Da quel momento in poi, Gennaio ha sempre 31 giorni e il piumaggio dei merli è rimasto nero.


Secondo la tradizione, dunque, gli ultimi tre giorni di gennaio sarebbero i più freddi di tutto l'inverno, annunciando così la primavera imminente. In caso in cui, come talvolta accade, il freddo pungente non si verifichi, significa che la bella stagione giungerà in ritardo.
Il merlo è un uccello che in Italia non migra, rimanendo stanziale. Questo uccello, talvolta, sembra sentire in anticipo la primavera, cantando gioiosamente. Il suo, tuttavia, si rivela un canto ingannatore, poiché non sempre significa che il caldo tanto atteso stia arrivando davvero. Dalla leggenda si trae dunque una morale importante: bisogna stare attenti a comportarsi come il merlo, dunque non bisogna cantare vittoria prima del tempo.
La favola sopra citata pare essere la più antica arrivata fino a noi; a provarlo è un dato in essa presente, strettamente legato alla realtà. Un tempo, infatti, precisamente prima del 46 a. C., nel calendario romano Gennaio contava davvero 28 o 29 giorni, a seconda della luna. A partire da questa data, tuttavia, l'introduzione del calendario giuliano assegnò 3 giorni in più a gennaio e 3 in meno a febbraio.

Fonti:
Ho scritto questo articolo di mio pugno rielaborando le informazioni trovate su:
- Wikipedia

martedì 15 dicembre 2015

Il Soltizio d'Inverno, Yule e Natale, feste del Sole

L'autunno volge ormai al termine, le giornate si sono fatte sempre più fredde e il buio notturno prevale sulle ore di luce del giorno.
Ci stiamo avvicinando sempre di più al Solstizio d'Inverno, giorno in cui le ore di oscurità raggiungono il loro culmine a sfavore di quelle luminose diurne. Dal 21 di dicembre, tuttavia, il sole comincia a riconquistare poco a poco, minuto dopo minuto, il suo trono nel cielo. Fin dai tempi più remoti il Solstizio d'Inverno è stato festeggiato, portando in sè messaggi di rinascita, vita e allegria.
E' un momento di passaggio e come tale è stato arricchito di valenze simboliche fin dall'alba dei tempi, pervenuti fino a noi con la celebrazione del Natale cristiano.
Il periodo che da Samhain arrivava fino al Solstizio invernale era un momento critico per le popolazioni antiche, che si sostenevano con le attività agresti seguendo i ritmi e i cicli di madre natura. Il cibo scarseggiava e il freddo era insopportabile, bisognava vivere con le provviste fatte durante l'estate; giungere al Solstizio d'Inverno significava avere la speranza di riuscire a passare i mesi più bui e più freddi dell'anno e la rinascita del Sole e della Natura tutta era propiziata da riti e festeggiamenti. In questa festa, particolarmente sentita, c'era la promessa di una rinascita futura, del ritorno della primavera e dell'estate che avrebbero portato di nuovo l'abbondanza sulle tavole e la gioia dentro i cuori.
Già gli antichi Egizi festeggiavano questo particolare momento dell'anno, poichè era in questo periodo che nasceva Horus, divinità solare. Horus nasce dal corpo ormai morto e smembrato di Osiride, a simboleggiare la vita dopo la morte e il ciclo annuale del grano (leggi il mito di Osiride qui). In occasione di questa importantissima ricorrenza, l'antico popolo egiziano decorava gli alberi con frutti e simboli solari, proprio come facciamo ancora oggi nelle nostre case. Le celebrazioni della nascita di Horus diedero il via a un'epidemia di festeggiamenti in tutto il mondo antico, e fu così che Babilonesi, Greci, Romani, Celti e Vichinghi iniziarono a festeggiare il Sole Bambino.
Nel periodo che va dal 21 al 25 dicembre, tutto il mondo antico era in fermento e si accingeva a festeggiare con banchetti, addobbi, giochi, divertimenti e regali; tutto questo fu poi assimilato dalla religione cristiana. Era un momento di allegria e riunione: ci si scambiavano piccoli doni, come candele, per simboleggiare la rinascita della luce e della vita, si faceva baldoria e si traevano pronostici sull'anno nuovo che a breve sarebbe incominciato. Un'antica tradizione, per esempio, dice che dal tempo meteorologico dei 12 giorni che vanno da Natale all'Epifania si potrà capire l'andamento del meteo dei 12 mesi del nuovo anno.
In tutta l'Europa, dunque, si festeggiava la morte del Vecchio Sole e la nascita del nuovo, e nel nord europeo questa ricorrenza era simboleggiata dal Re Agrifoglio, sovrano dell'anno calante, che veniva sconfitto dal Re Quercia, sovrano di quello crescente. Era la festa di Yule, termine che deriva dallo scandinavo Jul, "ruota", a significare un nuovo ciclo che aveva inizio, un altro giro della ruota dell'anno. A testimoniare l'importanza che Yule e il Solstizio d'Inverno avevano presso le antiche popolazioni sono grandi monumenti come Stonehenge. Nel giorno del Solstizio, infatti, il sole sorge attraverso un dei triliti, a dimostrazione delle profonde conoscenze degli antichi riguardo i moti celesti e i cicli naturali.
Con l'avvento del cristianesimo, dicevamo, le festività legate al Sole furono assimilate dalla Chiesa, che scelse come data convenzionale della nascita di Gesù proprio il 25 dicembre. I nuovi cristiani, infatti, attratti dai grandi festeggiamenti che si svolgevano in tutta Europa, preoccupavano la Chiesa, che scelse di far coincidere la nascita del Messia con quella delle antiche divinità solari.
Dal punto di vista spirituale, le feste solstiziali ci invitano a uscire dal torpore in cui ci siamo abbandonati con la festività di Samhain. E' tempo di risalire dagli abissi della nostra interiorità, è il momento di tirar fuori gli insegnamenti di cui abbiamo fatto tesoro nei mesi di chiusura. Se Samhain ci ha portato all'introspezione, facendoci mettere in dubbio tutte le nostre convinzioni profonde, Yule è la promessa della rinascita, della luce dopo il buio. In questo momento dell'anno abbiamo la possibilità di crescere, così come fa il Sole, e di realizzarci sul piano personale e interiore. E' un periodo adatto alla nascita di nuovi progetti, possiamo esprimere nuovi desideri e credere in un rinnovamento che potrà coinvolgere ogni ambito della nostra vita.

Fonti:
Ho scritto questo articolo di mio pugno, rielaborando le informazioni trovate nei seguenti siti e testi:
- Strie
- Il cerchio della luna
- Il calderone magico
- Calendario, Alfredo Cattabiani
- Feste pagane, Roberto Fattore
- Almanacco magico. Il tempo della magia, Devon Scott
- I giardini incantati. Le piante e la magia lunare, Devon Scott
- L'arte della strega, Dorothy Morrison

martedì 1 dicembre 2015

La discesa agli Inferi di Inanna

Uno dei miti associati al periodo autunnale, insieme a quelli di Demetra e Persefone e Iside e Osiride che abbiamo già analizzato, è quello della discesa agli Inferi della dea sumera Inanna, che va a incontrare sua sorella, l'oscura Ereshkigal.
Inanna, dea della bellezza, della fecondità e dell'amore erotico e coniugale, è la divinità femminile più importante dell'antica Mesopotamia. Il racconto della sua discesa agli Inferi è narrato in un poema, pervenuto fino a noi grazie a delle tavolette rinvenute durante alcuni scavi archeologici in Iraq. 
Gli antichi miti possono insegnare ancora molto a noi uomini moderni, poichè parlano alla nostra anima in un modo semplice, chiaro e diretto. Quello di Inanna è indicato a comprendere meglio questa lunazione, quella della Nebbia, che sta volgendo ormai al termine.

Un giorno la dea decise di scendere agli Inferi per partecipare ai funerali del marito della sorella Ereshkigal. Prima di intraprendere il viaggio, tuttavia, indossò amuleti magici e insegne regali e lasciò alcune disposizioni alla sua fidata ancella Ninshubur: se non fosse riemersa entro tre giorni dal regno infero, ella avrebbe dovuto organizzare la cerimonia funebre e chiedere aiuto alle divinità per far ritornare indietro Inanna. Quando Ereshkigal venne a conoscenza della presenza della sorella nel suo regno, ordinò di chiudere tutti e sette i cancelli. Davanti a questi ingressi sbarrati, Inanna si privò  mano a mano di tutti i suoi beni. Ormai nuda e indifesa, giunse dunque alla presenza di Ereshkigal. Venne condannata a morte e il suo corpo privo di vita restò appeso alle mura.
Tuttavia Ninshubur, non vedendo tornare la sua signora, indossò gli abiti da lutto e seguì i consigli di Inanna, chiedendo aiuto alle altre divinità. Fu Enki a rispondere alle sue preghiere: dal fango presente sotto le sue unghie, creò degli esseri in grado di essere ricevuti da Ereshkigal. Essi si finsero afflitti per le disgrazie capitate all'oscura dea e lei, per ricambiare la loro cortesia, gli concesse di esaudire un  loro desiderio. Gli esseri si fecero consegnare il cadavere di Inanna e lo aspersero con l'Acqua della Vita data loro da Enki. A questo punto però, i giudici degli Inferi vollero che Inanna fosse sostituita da un altro dio. Una schiera di demoni la riaccompagnò sulla via del ritorno e a ogni cancello Inanna ritrovò i suoi averi, indossandoli nuovamente, insieme a nuovi e preziosi doni. Risalita dagli Inferi, trovò Ninshubur ad attenderla. I demoni desideravano prendere lei, ma al suo posto Inanna condannò suo marito Dumuzi, dio della vegetazione e della fertilità, poichè era stato sleale con lei non indossando le vesti del lutto ed essendosi impossessato del suo trono durante la sua assenza. Tuttavia, la sorella di Dumuzi chiese la clemenza di Inanna, che si lasciò impietosire dalle lacrime della donna; stando alle leggi degli Inferi, Inanna riuscì a ottenere che Dumuzi fosse risparmiato, ma lui e la sorella dovettero alternare la loro presenza nel regno dell'Oltretomba: sei mesi vi avrebbe soggiornato Dumuzi, altri sei mesi sarebbero spettati alla sorella.

Anche il mito di Inanna, come quello di Demetra e Persefone, è interpretato come una raffigurazione del ciclo vegetativo. Tuttavia c'è un'altra interpretazione possibile: il viaggio di Inanna negli Inferi è quello che l'anima compie per esplorare i propri lati oscuri, confrontandosi con essi per raggiungere l'equilibrio e la completezza. Durante il suo viaggio, Inanna perde sette oggetti a lei cari, ma alla fine le vengono restituiti e torna nel regno dei vivi più forte e ricca di prima.
Nel mito di Inanna è ravvisabile anche un'affinità con la simbologia dello Scorpione, segno zodiacale che governa proprio il periodo in cui ci troviamo.
Inanna discende agli Inferi per unirsi al cordoglio della sorella, credendo di fare cosa gradita e di ricevere onore e rispetto. Tuttavia Ereshkigal, addolorata e arrabbiata per la perdita, non esita a condannare a morte la sorella, appendendola a un gancio e infliggendole così una morte lenta e dolorosa per dissanguamento, esattamente come fa lo scorpione. Durante la sua lunga agonia, Inanna soffre e acquista consapevolezza della desolazione della morte. La dea, tuttavia, viene salvata, e Ereshkigal le dice di raccogliere, durante il viaggio di ritorno, ciò che troverà accanto ai sette cancelli. I sette doni di Ereshkigal si dimostreranno, una volta che Inanna sarà riemersa dal regno Infero, sette gioielli purissimi. Inoltre, Ereshkigal confesserà a Inanna di essere incinta, a riprova del fatto che la morte racchiude già in sè il seme di una nuova vita.
In questo periodo dell'anno anche noi siamo chiamati a discendere agli Inferi, come Inanna. Dobbiamo chiuderci nella nostra interiorità, affrontare il nostro lato oscuro e riemergere rinati, arricchiti da questo viaggio interiore, fondamentale per la nostra evoluzione. Il mito ci insegna che in noi esistono i semi del cambiamento, spetta a noi il compito di lasciar morire quello che dentro di noi ormai non ha più bisogno di vivere, e far nascere qualcosa di nuovo e positivo dalle ceneri. In ognuno di noi sono seppelliti gioielli e doni preziosi, come quelli regalati a Inanna da Ereshkigal: spetta a noi recuperarli e portarli alla luce del sole, anche se questo ci porterà dolore; talvolta dobbiamo far sanguinare alcune ferite per poter tirare fuori il meglio di noi, vincendo i rancori che ci hanno afflitto nel passato.

Fonti:
- Enciclopedia della Mitologia, Gribaudo-Parragon edizioni
- Wikipedia
- Il Cerchio della Luna

venerdì 13 novembre 2015

Anubi, l'iniziatore e il signore dell'Oltretomba

Anubi, divinità dell'Oltretomba, è tra le più conosciute del pantheon egiziano. Affascina i curiosi e suscita timore in chi, invece, non la conosce abbastanza e può essere facilmente associata a questo periodo dell'anno: Samhain è ormai trascorso, il velo tra il mondo dei morti e quello dei vivi si sta richiudendo, e Anubi incarna lo spirito di questa festività e della stagione in cui ci troviamo.
I Testi delle Piramidi ci raccontano che Anubi fu la prima divinità legata al regno dei morti, sostituita in seguito da Osiride.
Anubi era il protettore della città di Khasa, per i greci Cinopoli, e del territorio che la circondava; il nome greco deriva dal fatto che a Khasa i canidi erano oggetto di culto. Anubi è uno dei protagonisti della saga osiriaca, poiché aiuta Iside a ricomporre il corpo dell'amato, inventando così la mummificazione. Diventa dunque "Capo del Padiglione divino", ovvero del tempio della mummificazione, è il dio degli imbalsamatori, tant'è che quando un corpo veniva mummificato, colui che presiedeva ai riti funebri indossava una maschera rappresentante la testa del dio Anubi.
L'iconografia lo descrive come un uomo con la testa di sciacallo; questo animale si nutre di carogne, da qui lo stretto collegamento tra la divinità, l'animale e il regno dell'Oltretomba. L'aspetto di Anubi riunisce in sè quello del cane, del lupo, della volpe, dello sciacallo e della iena, tutti animali che vivevano nel deserto e che frequentavano i cimiteri. Per quanto riguarda i colori associati a questa divinità, essi sono il nero e l'oro. Il nero per gli Egizi non era il colore della morte fine a se stessa, ma rappresentava il limo nero del fiume Nilo, che fertilizzava i campi e permetteva all'Egitto di prosperare, alla vita di continuare e rinascere ogni anno. La stessa valenza aveva dunque il colore nero che, indossato da Anubi, ha un significato tutt'altro che inquietante e mesto. Il nero diventa simbolo del lavoro di rigenerazione nell'oscurità. Anubi è sì il dio legato alla morte, ma anche alla resurrezione: egli accompagna l'anima del defunto nell'aldilà, permettendogli di rinascere in una nuova vita. Ad accentuare questa valenza simbolica è il colore oro, associato al sole, alla luce e alla rinascita iniziatica.
Nel regno dei morti, Anubi accompagna il defunto nella Sala delle due Verità e presiede al rito della psicostasia, la pesatura del cuore, durante il quale il dio rappresenta la coscienza del defunto: egli regola la bilancia insieme a Horus, verificando che tutto si svolga nel modo corretto.
E' importante sottolineare che per gli Egizi la morte non era la fine della vita, ma una seconda nascita. Morire, per gli Egizi, significava rinascere, la morte era considerata un momento di passaggio e tutti i riti legati ai funerali non erano altro che strumenti magici per negoziare al meglio il passaggio tra le due forme di esistenza. La morte, dunque, è iniziazione e Anubi è l'iniziatore. Egli è psicopompo, guida le anime e gli adepti; fu iniziato dal dio Thot ai misteri dell'aldilà ed è conosciuto anche come "Padre del re", dove padre sta per "colui che dà accesso alla vita spirituale", dunque è sinonimo di iniziatore. Anubi ha il compito di purificare, infatti un altro dei suoi appellativi è "Liquido purificatore": libera il defunto dai suoi umori e l'adepto dalle tracce della sua vita profana, trasformando così il corpo perchè giunga perfettamente puro alle porte del tempio.
Egli è il "Signore del Paese dell'Aurora", fa sorgere la luce anubiana dell'iniziazione, che corrisponde al momento ambiguo in cui giorno e notte si compenetrano. La luce anubiana è quella che segue la notte e precede di pochi secondi l'aurora, un momento tra i più fugaci, un tempo sciamanico di passaggio.
La complessa natura di questa divinità è svelata dai suoi numerosi epiteti:
- "Primo degli Occidentali", dove l'Occidente è il luogo in cui, secondo gli Egizi, si trovava l'ingresso al regno dei morti. A Occidente si trovavano anche i luoghi di sepoltura.
- "Colui che presiede al Padiglione divino", dove il Padiglione è il luogo in cui veniva eseguita l'imbalsamazione e dove si trovava la camera sepolcrale. Anubi è guardiano, protettore e guida per i defunti.
- "Signore della terra sacra", che si riferisce nuovamente ai luoghi di sepoltura.
- "Colui che è nel luogo dell'imbalsamazione" a sottolineare il suo ruolo nei rituali di mummificazione. Anubi presiedeva anche all'importante rito dell'apertura della bocca, durante il quale ridava la vita al defunto.
- "Colui che ha la forma del cane".
- "Colui che apre le vie".


Fonti:
- Magia e iniziazione nell'Egitto dei faraoni
- Wikipedia

venerdì 30 ottobre 2015

Samhain, la fine dell'estate, e Halloween: due nomi per una sola festività

I primi freddi sono arrivati, il tempo atmosferico è cambiato e l'aria si è fatta più fresca. Nei paesi di montagna si sente l'odore della legna bruciata fuoriuscire dai caminetti, sui fornelli di casa cuociono le caldarroste e gustosissimi piatti di zucca, mentre nel forno spesso e volentieri cuociamo squisite torte di mele. Le foglie sono quasi tutte cadute dagli alberi e gli animali si preparano per il lungo riposo invernale. Tutto fa presagire il sonno della natura intorno a noi, e cresce la voglia di ritirarsi in se stessi, di ritrovare il piacere di riunirsi intorno al tavolo con familiarità. 
Samhain, “Fine dell'Estate”, è l'antico capodanno celtico, ed è una festività che ci appartiene molto più di quanto immaginiamo. Da nord a sud, da ovest a est, l'Italia brulica di usanze e tradizioni legate a questa festa, una tra le più importanti del mondo antico. Il giorno della vigilia di novembre era dedicato ai defunti e al loro culto, questo perché l'uomo di un tempo conosceva i cicli naturali meglio di noi, assuefatti come siamo dalla modernità: quello di Samhain è infatti il periodo più cupo dell'anno, si entra a tutti gli effetti nei mesi delle tenebre, il sole non riscalda più la terra e l'inverno è alle porte. Quale periodo migliore, se non quello della morte della natura, per ricordare all'essere umano la fragilità della vita e il legame con i propri cari defunti? Nacquero dunque usanze legate a questo giorno, alcune delle quali sono in uso ancora oggi. La notte di Samhain, comunemente conosciuta come Halloween, si lasciano candele accese sui davanzali delle finestre per guidare i cari estinti durante il loro ritorno sulla terra; anche la tavola viene lasciata apparecchiata per permettere alle anime dei nostri antenati di sedersi e approfittare della gentilezza e dell'ospitalità. In alcune regioni si usa addirittura preparare un letto in più, sempre per accogliere le anime dei morti. Dato che la notte di Samhain, secondo i Celti, non apparteneva né all'anno vecchio né a quello nuovo, essa era considerata una notte di passaggio in cui il varco tra il mondo terreno e quello ultraterreno diventava talmente sottile da permettere ai defunti di ritornare sulla terra a far visita ai propri cari. In questa notte, dunque, si traevano presagi sull'anno futuro, un po' come facciamo noi oggi il 31 di dicembre. C'erano profondi motivi nella scelta celtica di far coincidere l'inizio dell'anno nel periodo più buio, noi forse oggi stentiamo a comprenderli, ma dobbiamo pensare a un rapporto uomo-natura molto più stretto di quello che sentiamo nella nostra era di modernità. Samhain, per i Celti, rappresentava il buio e la morte, sì, ma il periodo che contraddistingue questa festività portava in sé tutte le potenzialità della rinascita futura: inizia il riposo vegetativo, ma esso è necessario affinché le piante rinascano rinvigorite in primavera. In questo, l'uomo antico vedeva un'analogia con le energie della nascita; il buio, dunque (e anche l'inverno), rappresentava il caos primordiale da cui sarebbe scaturita la vita. Non c'è vita senza la morte e non c'è morte senza la vita, è una lezione che dobbiamo imparare, accettare. 
Samhain, ancora oggi, ci porta a riflettere, a chiuderci nella nostra più profonda intimità al fine di affrontare i mostri che ognuno di noi si porta dentro, per sconfiggerli e rinascere più forti di prima. Con la vigilia di novembre si inaugura un periodo introspettivo, è bene continuare il bilancio iniziato a Mabon, per decidere cosa si debba cambiare nella propria vita, quali siano le abitudini da abbandonare, i comportamenti da rivedere. Prestate attenzione ai vostri sogni, in questi giorni, poiché potreste ricevere messaggi onirici importanti. Potete festeggiare organizzando una cena con amici o parenti, cucinando i piatti preferiti dai vostri cari defunti per sentirli ancora una volta vicino a voi, accogliendoli con amore e gioia. Samhain non è la festa del macabro né del demonio, non è una ricorrenza triste, ma gioiosa, un'occasione per onorare i propri antenati e ricordare con amore e piacere i bei momenti passati con chi non c'è più.
Per questa ricorrenza intagliate zucche e inserite all'interno candele da accendere la notte della viglia di novembre, crete lanterne con le foglie autunnali incollate a barattoli di vetro per decorare la tavola e divertitevi divinando e facendo qualche piccola predizione per l'anno che verrà. E' un buon momento per meditare sulle vite precedenti, per parlare di spiritualità con i propri cari. Lasciate offerte di cibo, come mele, noci, melograni e semi, alla natura che tanto ci dona ogni anno, anche se raramente ce ne accorgiamo. Preparate piatti a base di zucca, patate e ortaggi di stagione, per i dolci sono indicate le mandorle e le mele, tradizionali per il giorno dedicato ai morti. Infine, non dimenticate di esprimere un desiderio: Samhain è una notte magica e i desideri espressi in questo momento potrebbero avverarsi facilmente!
Per concludere, se ve li siete persi e volete leggere tutti gli articoli che ho scritto questo mese riguardo questa bellissima festività , ve li lascio qui sotto, così che pssiate consultarli velocemente.

Fonti:
Scritto di mio pugno rielaborando le informazioni trovate sui seguenti siti:
- Strie
- Il Calderone magico
- Il cerchio della luna
E i seguenti testi:
- L'arte della strega, Dorothy Morrison
- Feste pagane, Roberto Fattore
- Giardini Incantati, Devon Scott
- Almanacco magico, Devon Scott

giovedì 22 ottobre 2015

Samhain: tradizioni dal Mondo

Nelle scorse settimane vi ho proposto le usanze legate alla festa di Samhain il Italia e in Europa, oggi invece, vi porto in giro per il mondo, alla scoperta delle tradizioni di popoli lontani dal nostro nello spazio e nel tempo. Alcune cose sono curiose e interessanti, tanto che ho deciso di farle mie in qualche modo, riadattandole alla mia spiritualità e al mio modo di vivere questa festa così importante. Chissà che dopo questo articolo non scopriate qualcosa di nuovo anche voi!



Nell'area mediterranea il periodo dei primi freddi autunnali era dedicato ovunque al culto dei morti. Già nell'antico Egitto la tradizione vi collocava l'uccisione di Osiride da parte del malvagio fratello Seth.

In Canada si festeggia Halloween; le moderne celebrazioni iniziarono con l'arrivo degli immigrati scozzesi e irlandesi, nel 1800. Nacque allora la tradizione di intagliare zucche. Le case vengono decorate con zucche e pannocchie di mais. 

In America Centrale e Latina il giorno dei morti, Día de Muertos, è una festività particolarmente sentita. Oltre alla consueta visita dei cimiteri, si addobbano le tombe con fiori, e vi si depositano giocattoli (nel caso in cui il defunto sia un bambino) o alcolici. In alcune abitazioni è ancora consuetudine preparare gli altari dei morti, davvero suggestivi e colorati. L'altare è arricchito con immagini del defunto, una croce, un arco e incenso. I festeggiamenti durano molti giorni e si rifanno alle tradizioni precolombiane, con musica, bevande e cibi tradizionali dai colori vivi. Per le strade si possono ammirare rappresentazioni caricaturali della morte. In particolare, in Messico, nelle città e nei villaggi la gente crea un sentiero di fiori gialli dal cimitero alla propria casa per guidare i propri defunti a tornare nelle proprie case. Queste ultime sono riempite di decorazioni, ritratti dei defunti, gli oggetti usati personalmente, i cibi da essi preferiti, fiori e profumi. Dopo la celebrazione, i parenti mangiano i cibi preparati per i morti, ricordando quanto essi amavano quelle pietanze quando erano vivi. Le tombe dei familiari defunti vengono messe in ordine, tagliando l'erba e ridipingendo i sepolcri, riempite poi di fiori, corone e festoni di carta. Spesso, una persona viva viene posta all'interno di una bara di vetro e viene fatta sfilare in mezzo alla gente, che gli lancia fiori, frutta e caramelle. Il 2 novembre i parenti si riuniscono intorno alle tombe dei cari defunti per allestire un banchetto commemorativo. Inoltre, durante l'autunno innumerevoli farfalle monarca tornano ad abitare nelle foreste degli abeti sacri, rinnovando la convinzione che fu degli Aztechi, che ritenevano che queste farfalle portassero gli spiriti degli antenati morti. 

In Cina, durante la festa dei morti l'acqua e il cibo vengono posti davanti alle foto dei cari scomparsi e vengono accese lanterne per illuminare i sentieri degli spiriti mentre viaggiano sulla Terra. Nei templi buddisti vengono fatte delle barche di carta, alcune molto grandi, che vengono bruciate durante la sera, per ricordare i morti e per liberare gli spiriti inquieti e farli ascendere al cielo. A Hong Kong le persone bruciano immagini di frutta e denaro, credendo che, così facendo, le immagini raggiungano il mondo degli spiriti, confortandoli. 

In Corea le famiglie ringraziano gli antenati per il frutto del loro lavoro; si visitano le tombe, facendo offerte di riso e frutta. 

In Giappone si preparano alimenti speciali e si appendono ovunque lanterne rosse, alcune lanterne galleggianti vengono liberate nei fiumi o in mare. Sia in Corea che in Giappone però, le feste dei morti si svolgono nel mese di agosto. 

È curioso notare come i bambini siano spesso protagonisti di queste Feste dei Morti; essi infatti, sono ottimi mediatori tra il mondo della anime e quello terreno, perché ancora puri nell'integrità delle loro percezioni, ancora non macchiati dalle distrazioni della vita. Ecco perché sono sempre stati i depositari delle antiche questue.


Fonti:

- Wikipedia
- http://www.gustosamente.com/article/xx
- http://www.focusjunior.it/imparo/cos-e-come-si-fa/festa-dei-morti-le-tradizioni-in-italia-e-nel-mondo-per-il-2-novembre
-http://www.ilturista.info/blog/9694-Halloween_feste_e_tradizioni_nel_mondo/
pagina=2#.VDZf9dR_s8o
- http://www.drogbaster.it/festa-di-halloween.htm
- http://www.intrage.it/Famiglia/festa_dei_morti

lunedì 19 ottobre 2015

Demetra e Persefone e la promessa della rinascita

Uno dei miti simbolo del periodo autunnale è quello greco di Demetra e Persefone. Esso veniva rappresentato come elemento principale della più famosa e solenne festività religiosa dell'antica Grecia sotto forma di sacra rappresentazione. Nel mese di settembre-ottobre, infatti, si celebravano i Misteri Eleusini, dedicati proprio alle due divinità del grano. La cerimonia rappresentava il riposo e il risveglio perenne della vita campestre ed era rigorosamente segreta.
Come nel mito egiziano di Iside e Osiride, una dea piange la morte di un essere amato che simboleggia la vegetazione, in particolare il grano, il quale muore in inverno per rinascere in primavera. Tuttavia, se nel racconto delle due divinità egizie a morire era lo sposo e a piangerlo era la moglie, in questo caso il concetto è incarnato nella figura più tenera e pura di una figlia, di cui la madre dolente piange la morte.
Il documento letterario più antico che narra il mito di Demetra e Persefone è l'Inno a Demetra omerico, risalente, secondo i critici, al VII secolo a.C. Il poema ci rivela la concezione del poeta sul carattere e la funzione delle due dee. Narra di come la giovane Persefone stesse raccogliendo gigli e rose, crochi e violette, giacinti e narcisi in un lussureggiante prato, quando la terra si spalancò in una voragine dalla quale emerse Plutone, re dei morti, che la rapì per farne la sua sposa e regina, nel cupo mondo ipogeo degli Inferi. Disperata, sua madre Demetra, coperte le bionde trecce da un nero manto di lutto, la cercò per mare e per terra. Apprese così dal Sole la sorte di sua figlia e si allontanò sdegnata dagli dèi, prendendo dimora in Eleusi, dove si presentò alle figlie del re sotto le spoglie di una vecchia, mestamente seduta all'ombra di un ulivo accanto al pozzo delle Vergini. In quel luogo le fanciulle erano andate per attingere l'acqua per la casa del padre. Adirata per la propria sventura, la dea non permise che le sementi germogliassero nel terreno, ma le tenne celate sottoterra, giurando che mai più avrebbe rimesso piede sull'Olimpo, né mai più avrebbe lasciato germogliare il grano, fino a quando non le fosse stata restituita la figlia. Invano i buoi trascinavano l'aratro nei campi, invano l'uomo spargeva il seme dell'orzo nei solchi bruni; niente spuntava dalla terra arida e sgretolata. Anche le pianure, solitamente simili a un mare ondeggiante di spighe bionde, erano brulle e incolte. L'umanità sarebbe morta di fame se Zeus, preoccupato, non avesse ordinato a Plutone di restituire la sua preda e rendere la sua sposa Persefone alla madre Demetra. Il fosco signore dei morti sorrise e obbedì ma, prima di rimandare la sua regina nel mondo dei vivi, le face mangiare i chicchi si un melograno, assicurandosi così che sarebbe tornata da lui. Ma Zeus decretò che, da quel momento, Persefone avrebbe trascorso due terzi dell'anno con la madre e gli dèi, nel mondo superiore, e un terzo col suo sposo, in quello degli Inferi, dal quale sarebbe tornata ogni anno, quando la terra si copriva dei fiori della primavera. La figlia fu felice di risalire alla luce del sole, e felice la madre di riabbracciarla. Nella sua gioia per il ritrovamento della figlia perduta, Demetra fece spuntare il grano dalle zolle dissodate e la terra tutta si ricoperse di foglie e fiori. Si recò poi a mostrare il lieto prodigio ai principi di Eleusi, rivelandogli i sacri riti misterici. Così le due dee dimorarono in letizia con gli dèi sull'Olimpo e Omero conclude il suo inno con una fervida preghiera a Demetra e Persefone perché gli concedano vita e sostentamento in cambio del suo canto.
Lo scopo principale del poeta nel comporre il suo inno è stato quello di descrivere la tradizione relativa all'istituzione dei Misteri Eleusini a opera della dea Demetra. L'intero poema culmina nella scena della trasformazione, quando la pianura di Eleusi, brulla e spenta, al comando della dea diventa immediatamente una distesa di spighe dorate; la divinità conduce i principi di Eleusi ad ammirare la sua opera, rivela loro i suoi riti magici e, con la figlia, si ritira sull'Olimpo. La rivelazione dei Misteri è la trionfante conclusione del poema e si nota come l'autore abbia fornito una spiegazione mistica dell'origine di quei riti che ne costituivano parte integrante. Fra di essi troviamo il digiuno imposto ai neofiti prima della cerimonia iniziatica, la processione alla luce delle torce, la notte della vigilia, l'obbligo fatto agli iniziandi di sedere, velati e in silenzio, su sgabelli ricoperti di pelle di pecore, l'uso di un linguaggio scurrile, la solenne comunione con la divinità, raggiunta bevendo una tisana d'orzo e da un calice sacro.
Le figure delle due dee, madre e figlia, si trasformano in personificazioni del grano. Persefone trascorre tre - o sei, secondo altre versioni - mesi dell'anno sottoterra nell'Ade e i rimanenti mesi sulla terra; la dea altro non può essere che l'incarnazione mitica della vegetazione, specialmente del grano che, durante l'inverno, resta per mesi sottoterra e risorge, come da una tomba, nelle spighe verdeggianti, nei fiori e nelle fronde, ogni primavera. E se la dea figlia simboleggia il grano in erba della stagione in corso, non potrebbe la dea madre simboleggiare il grano dell'anno precedente, che ha dato vita al nuovo raccolto? Un'altra interpretazione potrebbe essere quella di vedere Demetra come personificazione della terra, dal cui ampio grembo nascono il grano e tutte le altre piante che, giustamente, possono essere considerate le sue creature. Tuttavia, Omero non sembra essere d'accordo con quest'ultima interpretazione. Egli narra infatti che fu proprio la Terra che, per obbedire a Zeus e far piacere a Plutone, attirò Persefone verso il suo crudele destino, facendo crescere i narcisi che tentarono la fanciulla, inducendola ad allontanarsi nei prati, lontano da ogni possibile aiuto.
Quindi la Demetra dell'Inno, lungi dall'identificarsi con la dea terra, la considerava la sua peggior nemica in quanto ai suoi insidiosi tranelli doveva la perdita della figlia. 
L'immagine del seme sotterrato perché rinasca a nuova e migliore vita, suggerisce spontaneamente un paragone con la sorte dell'uomo, rafforzando la speranza che la tomba non sia che l'inizio di un'esistenza migliore e più felice, in qualche mondo più luminoso che ancora non conosciamo. Questa riflessione semplice e naturale sembra del tutto sufficiente a spiegare l'associazione fra la Dea del Grano a Eleusi e il mistero della morte, con la sua speranza di una gioiosa immortalità. E che gli antichi vedessero nell'iniziazione ai Misteri Eleusini la chiave che apriva le porte del paradiso, sembra dimostrato dalle allusioni di scrittori bene informati circa la felicità in serbo per gli iniziati. 
Nel mito di Demetra e Persefone possiamo rintracciare le origini di uno dei più familiari, ma eternamente commoventi, aspetti della natura: la cupa malinconia e il decadimento dell'autunno e la luminosa, verdeggiante freschezza della primavera.

Fonte:
Il ramo d'oro, James Frazer

giovedì 15 ottobre 2015

Samhain: tradizioni dall'Europa

Continuo oggi a parlarvi delle tradizioni legate alla festività di Samhain. La scorsa settimana abbiamo visto quelle dell'Italia, oggi ci allarghiamo all'Europa.



In Inghilterra, anticamente i bambini confezionavano pupazzi intagliando le barbabietole, con le rape invece si creavano lanterne per tenere lontani gli spiriti maligni. Nel falò si gettavano pietre, oggetti e verdura sempre per allontanare gli spiriti; erano sacrifici simbolici, e venivano usati anche a scopi divinatori, come nel Galles. In Galles si accendono falò per onorare gli spiriti e le anime dei defunti. Ogni elemento della famiglia scrive il suo nome su una pietra bianca che viene poi gettata nel fuoco. I membri della famiglia ballano intorno al fuoco per tutta la notte e pregando per la fortuna. La mattina seguente si passa al setaccio la cenere del camino alla ricerca della propria pietra. Quella che ha ancora il nome scritto sopra, significa che questa morirà entro un anno. 
In Irlanda, era il giorno riservato alla consacrazione di un nuovo re, in caso di morte del precedente; la festa che seguiva, che non di rado si prolungava per una settimana, veniva santificata con il sacrificio di un toro bianco agli déi. Oggi la festa è ancora molto sentita; nelle zone rurali si accendono i falò come al tempo degli antichi Celti e i bambini si travestono. La maggioranza delle persone trascorre la festa con parenti e amici, all'insegna del gioco, cacce al tesoro e preparazione di dolci da usare appunto come tesoro. Il dolce tipico di queste occasioni è una torta di frutta chiamata Barnbrack.

In Austria la tradizione è quella di lasciare pane, acqua e una lampada accesa sul tavolo prima di coricarsi. Un tempo si credeva che tali elementi avrebbero dato il benvenuto alle anime dei morti che ritornano sulla Terra, in una notte che per gli austriaci è da sempre considerata ricca di forti energie cosmiche. 

In Belgio, come succede anche altrove, l'usanza è quella di accendere candele in memoria dei parenti defunti, mentre in Slovacchia vengono posizionate delle sedie davanti al camino, tante quanti sono i membri della famiglia in vita e quelli scomparsi.  

In Germania, la tradizione vuole che in questa notte vengano riposti i coltelli, questo per impedire agli spiriti che ritornano dall'aldilà di ferirsi.  

In Polonia, le porte e le finestre vengono lasciate aperte per accogliere gli spiriti o le anime in visita.  

In Svezia la festa dei morti cade il primo sabato di novembre. Vengono ricordati i morti e la tradizione vuole che dopo il tramonto le persone vadano nei cimiteri a deporre ghirlande fatte di pino e candele, creando un'atmosfera surreale. 


Fonti:
- Wikipedia 
- http://www.gustosamente.com/article/xx 
- http://www.focusjunior.it/imparo/cos-e-come-si-fa/festa-dei-morti-le-tradizioni-in-italia-e-nel-mondo-per-il-2-novembre 
-http://www.ilturista.info/blog/9694-Halloween_feste_e_tradizioni_nel_mondo/
pagina=2#.VDZf9dR_s8o 
- http://www.drogbaster.it/festa-di-halloween.htm
- http://www.intrage.it/Famiglia/festa_dei_morti

venerdì 9 ottobre 2015

Samhain: tradizioni dall'Italia

Come ho già avuto modo di annunciare sulla pagina Facebook del blog, ho deciso di dedicare l'intero mese di ottobre alla festività di Samhain, che molti conoscono come Halloween. Già da qualche giorno ho cominciato a pubblicare sulla pagina delle foto e delle informazioni riguardo la festa, quindi se volete saperne di più potete seguirmi anche lì.
Oggi inizio una serie di tre speciali dedicati a Samhain e alle tradizioni a esso legate, lo avevo scritto l'anno scorso sull'altro mio blog, lo rispolvero per voi.
In questi tre appuntamenti, uno a settimana, vi parlerò delle antiche e moderne usanze dell'Italia, dell'Europa e del Mondo, sperando di offrirvi così qualche spunto per poter festeggiare la magica notte del 31 ottobre, mostrandovela anche sotto una nuova luce e permettendovi di viverla con una consapevolezza diversa.
Eccovi dunque, per questa settimana, le tradizioni delle regioni italiane!


In quasi tutte le Regioni possiamo trovare pratiche e abitudini legate a questa ricorrenza. Una delle più diffuse era l'approntare un banchetto, o anche un solo un piatto con delle vivande, dedicato ai morti. 

In Piemonte, si soleva lasciare un posto in più a tavola per cena, riservato ai defunti che sarebbero tornati in visita. In Val d'Ossola sembra esserci una particolarità in tal senso: dopo la cena, tutte le famiglie si recavano insieme al cimitero, lasciando le case vuote in modo che i morti potessero andare lì a ristorarsi in pace. Il ritorno alle case era poi annunciato dal suono delle campane, perché i defunti potessero ritirarsi senza fastidio. Stessa cosa avviene in Val d'Aosta.

In Liguria, per tradizione vengono preparati i bacilli (fave secche) e i balletti (castagne bollite). Tanti anni fa, la notte del 1 novembre, i bambini si recavano di casa in casa, come ad Halloween, per ricevere il "ben dei morti", ovvero fave, castagne e fichi secchi. Dopo aver detto le preghiere, i nonni raccontavano loro storie e leggende paurose.

A Bormio, in Lombardia, la notte del 2 novembre si era soliti mettere sul davanzale una zucca riempita di vino e, in alcune case, si imbandisce la cena. Nei dintorni di Vigevano c’era l’abitudine di lasciare in cucina un secchio d’acqua fresca, una zucca piena di vino e il fuoco acceso nel camino e le sedie attorno al focolare.

In Trentino sono le campane, suonando, a richiamare le anime. Dentro casa viene lasciata una tavola apparecchiata e il focolare accesso per i defunti. 

In Friuli i contadini lasciano un lume acceso, un secchio d'acqua e un po' di pane sul desco. Sempre in Friuli, come del resto nelle vallate delle Alpi lombarde, si crede che i morti vadano in pellegrinaggio a certi santuari, a certe chiese lontane dall'abitato, e chi vi fosse entrato in quella notte le avrebbe trovate affollate da una moltitudine di gente che non vive più e che scomparirà al canto del gallo o al levar della "bella stella". 

In Veneto, per scongiurare la tristezza di queste giornate, nel giorno dei morti gli amanti offrono alle promesse spose un sacchetto con dentro fave in pasta frolla colorata, i cosiddetti "Ossa da morti".

In Emilia Romagna, nei tempi passati, i poveri andavano di casa in casa a chiedere "la carità di murt", ricevendo cibo dalle persone da cui bussavano.

In Toscana, nella provincia di Massa Carrara, la giornata è l'occasione del bèn d'i morti, con il quale in origine gli estinti lasciavano in eredità alla famiglia l'onore di distribuire cibo ai più bisognosi, mentre chi possedeva una cantina offriva ad ognuno un bicchiere di vino; ai bambini inoltre veniva messa al collo la sfilza, una collana fatta di mele e castagne bollite. Vicino Grosseto era tradizione cucire delle grandi tasche sulla parte anteriore dei vestiti dei bambini orfani, affinché ognuno potesse metterci qualcosa in offerta, cibo o denaro. Vi era inoltre l'usanza di mettere delle piccole scarpe sulle tombe dei bambini defunti perché si pensava che nella notte del 2 novembre le loro anime (dette angioletti) tornassero in mezzo ai vivi.

In Umbria si producono tipici dolcetti devozionali a forma di fave, detti "Stinchetti dei morti", che si consumano dai tempi antichi nella ricorrenza dei defunti, quasi a voler mitigare il sentimento di tristezza e sostituire così le carezze dei cari scomparsi. In questa regione si svolge ancora oggi la Fiera dei Morti, una sorta di rituale che simboleggia i cicli della vita.

Roma la tradizione voleva che, il giorno dei morti, si tenesse compagnia ad un defunto consumando un pasto vicino alla sua tomba. 

In Abruzzo si decoravano le zucche, e i ragazzi di paese andavano a bussare di casa in casa domandando offerte per le anime dei morti, solitamente frutta di stagione, frutta secca e dolci. Questa tradizione è ancora viva in alcune località abruzzesi. Diffusa è anche l'usanza della questua fatta da schiere di ragazzi o di contadini e artigiani che vanno di casa in casa cantando un'appropriata canzone. Inoltre, il tavolo da pranzo rimaneva apparecchiato e si lasciavano tanti lumini accesi alla finestra quante erano le anime care.

In Puglia, la sera precedente il due novembre, si usa ancora imbandire la tavola per la cena, con tutti gli accessori, pane acqua e vino, apposta per i morti, che si crede tornino a visitare i parenti, approfittando del banchetto e fermandosi almeno sino a Natale o alla Befana. Sempre in Puglia, a Orsara in particolare, la festa veniva - e viene tutt'ora - chiamata “Fuuc acost” e coinvolge tutto il paese. Si decorano le zucche chiamate “Cocce priatorje”, si accendono falò di rami di ginestre agli incroci e nelle piazze e si cucina sulle loro braci; gli avanzi vengono riservati ai morti, lasciandoli disposti agli angoli delle strade. Diffusa è anche l'usanza della questua fatta da schiere di ragazzi o di contadini e artigiani che vanno di casa in casa cantando un'appropriata canzone. Questa costumanza in Puglia si chiama "l'aneme de muerte" e si apre con questa specie di breve serenata rivolta alla massaia:

"Chemmare Tizie te venghe a cantà 
L'aneme de le muerte mò m'a da dà. 
Ah ueullà ali uellì 
Mittete la cammise e vien ad aprì.

La persona a cui è rivolta la canzone di questua si alza, fa entrare in casa la brigata ed offre vino, castagne, taralli e altro. 

In Calabria, nelle comunità italo-albanesi, ci si avviava in corteo verso i cimiteri: dopo benedizioni e preghiere per entrare in contatto con i defunti, si approntavano banchetti direttamente sulle tombe, invitando anche i visitatori a partecipare. 

In Sicilia il 2 novembre si mangiano ancora le ossa dei morti: dolci di pasta di mandorle vendute sin dalla vigilia fino a tutto il 2 novembre. Nella stessa Sicilia i defunti, nella notte a loro consacrata, recano doni ai bambini, proprio come la Befana: le mamme raccontano ai figli che i parenti defunti abbandonano in quelle ore magiche le loro dimore e scendono a frotte verso le case dei vivi, portando loro regalini detti “li cosi dei morti”.

In Sardegna, dopo la visita al cimitero e la messa, si tornava a casa a cenare, con la famiglia riunita. A fine pasto però non si sparecchiava, lasciando tutto intatto per gli eventuali defunti e spiriti che avrebbero potuto visitare la casa durante la notte. Prima della cena, i bambini andavano in giro per il paese a bussare alle porte e ricevendo in cambio dolcetti, frutta secca e in rari casi, denaro. 


Avete qualche altra usanza da raccontare? Se sì, scrivetela in un commento per condividerla!
Intanto, vi do appuntamento alla prossima settimana.

Fonti:

- Wikipedia 
- http://www.gustosamente.com/article/xx 
- http://www.focusjunior.it/imparo/cos-e-come-si-fa/festa-dei-morti-le-tradizioni-in-italia-e-nel-mondo-per-il-2-novembre 
-http://www.ilturista.info/blog/9694-Halloween_feste_e_tradizioni_nel_mondo/
pagina=2#.VDZf9dR_s8o 
- http://www.drogbaster.it/festa-di-halloween.htm
- http://www.intrage.it/Famiglia/festa_dei_morti