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martedì 28 luglio 2015

Lughnasadh e Lammas, feste del raccolto

L'aria è calda, secca. Il sole brucia i campi e la pelle e le cicale friniscono nei cespugli e nelle siepi. L'estate sta per volgere al termine, i frutti nelle campagne sono ormai maturi ed è il momento di accingersi a raccogliere gli ortaggi, fare le prime conserve e volgere lo sguardo all'inverno. Si mettono da parte i semi e si consumano tutti i prodotti che la terra generosa ci offre.
Come sempre, nella nostra vita frenetica cittadina non ci accorgiamo più dei cambiamenti che avvengono intorno a noi e dell'importanza dei passaggi stagionali, eppure ci influenzano, nel bene e nel male. Un tempo quello che andava dal 31 luglio alla prima quindicina di agosto era un momento di grande festa e di raccoglimento, ci si riuniva per mietere il grano ed erano giornate di intenso lavoro, grandi fatiche, ma anche festeggiamenti. La terra era (ed è) generosa, così l'occasione della mietitura invogliava a trascorrere momenti di spensieratezza insieme, una volta concluso il lavoro nei campi. Si banchettava, si danzava, ed era usanza comune a molte popolazioni anche lontane tra loro quella di confezionare una bambola o un fantoccio con le spighe o le foglie di granoturco. A noi uomini moderni riesce difficile comprendere alcune usanze, ma dobbiamo pensare a un mondo antico in cui la Natura era venerata e temuta; essa regolava e scandiva la vita degli esseri umani e da lei dipendeva la sopravvivenza, poiché il suo grembo doveva essere sempre fertile per dare i frutti che sarebbero serviti a sfamare ogni famiglia. Il momento del raccolto era dunque adatto ai festeggiamenti, per l'allegria e la gratitudine di avere di che sfamarsi, ma rappresentava anche un passaggio delicato, poiché dopo la grande abbondanza estiva sarebbero arrivati gli stenti invernali. Era un periodo di transizione, dunque, in cui si cercava di propiziarsi i raccolti dell'anno a venire.
La mietitura diveniva un atto rituale: "uccidendo" il grano, lo si trasformava per farlo rinascere sotto forma di pane. Inoltre, di quello raccolto, una parte veniva conservato per estrarne i semi da piantare nei mesi successivi. Quello del grano è un vero e proprio sacrificio che si rendeva necessario, ma richiedeva anche la propiziazione della sua rinascita. Lo Spirito del Grano, nascosto nell'ultimo covone, nelle ultime spighe rimaste nel campo o in un forestiero che passava da lì per caso, veniva festeggiato o sacrificato. Si creava dunque una figura umana, spesso con fattezze femminili, che veniva chiamata la Madre del Grano, la Vecchia, la Nonna, e veniva portata in processione per il paese, appesa nei fienili, talvolta cosparsa d'acqua per propiziare le piogge oppure ancora bruciata e usata per fertilizzare i campi.
Il termine Lughnasadh, con cui oggi è identificata questa festa, deriva dal nome del dio celtico Lugh, capo dei leggendari Tuatha De Danann. La festività, tuttavia, si collega alla madre adottiva di Lugh, la quale, affaticatasi per preparare i campi irlandesi all'agricoltura, morì sacrificandosi. Narra la leggenda che Lugh abbia chiesto al popolo d'Irlanda di tenere una festa ogni anno per ricordarsi della morte della madre. Si ritrovano in questo mito due figure appartenenti alla cultura greco-latina, e cioè Demetra e Persefone, spesso assimilate alle feste del raccolto di cui Lughnasadh è la prima. 
In Egitto in questo momento dell'anno si festeggiava Soped, la stella Sirio che scandiva la vita per gli Egizi e che era associata alla dea madre Iside. Il 19 luglio, infatti, questa stella rinasce nei cieli dopo 70 giorni d'assenza e, in concomitanza con questo evento astronomico, avviene la piena del Nilo. Era un momento di grandi festeggiamenti, dunque, poiché con il limo la terra sarebbe tornata fertile permettendo al popolo egizio di vivere.
In Grecia si festeggiava la dea Atena, mentre nell'antica Roma si celebrava il dio Vulcano, ma anche i defunti.
Con il tempo, Lughnasadh divenne Lammas, la festa del pane, poiché il grano veniva trasformato appunto in pagnotte fragranti a uso rituale.

Anche se i tempi sono cambiati e le esigenze della modernità sono apparentemente diverse da quelle dell'antichità, possiamo festeggiare anche noi Lughnasadh.
Ricordiamoci che la Madre Terra ci dona la vita, per questo essa va ringraziata e rispettata. E' tempo per noi dei primi bilanci e del primo raccolto personale; dopo le fatiche invernali, arrivano le vacanze estive, il riposo, ed è tempo di godere di tutto quello che abbiamo metaforicamente seminato nell'anno trascorso. Eppure, così come i contadini debbono essere previdenti e mettere da parte scorte e semi per l'inverno che verrà, anche noi dobbiamo allinearci con le energie del periodo e decidere cosa continuare nei mesi a venire e cosa invece vogliamo abbandonare. Il sole comincia il suo lento declino, cedendo sempre più minuti alla notte, e così anche noi ci inoltriamo verso il periodo più oscuro dell'anno, in cui mediteremo su di noi, entreremo nella caverna della conoscenza e ne usciremo in primavera rinati e carichi di nuova energia. 
Per quanto riguarda il lavoro magico, esso è da rivolgersi all'abbondanza, alla serenità, all'abbandono di cattive abitudini, alla chiusura di cose che ci si vuole lasciare alle spalle. E' un periodo adatto anche ai riti di purificazione. 
Potete festeggiare con gli amici, organizzando un banchetto all'aperto con frutta e ortaggi di stagione, insieme all'immancabile pane di cereali ed erbe aromatiche, tradizionale e propiziatorio di buona fortuna.  Potete anche fare delle bamboline con le spighe di grano o con le foglie di mais, portando in questo modo l'abbondanza della terra nelle vostro vite e propiziando una rinascita personale. Riflettete sulla vostra vita e sul vostro personale raccolto e ringraziate Madre Natura per la sua generosità. Tra le altre attività, sono indicate la divinazione, gli incanti volti al miglioramento della situazione economica e l'esprimere desideri.

Fonti:
Scritto di mio pugno dopo la lettura dei seguenti testi:
- L'arte della strega, Dorothy Morrison
-Almanacco. Il tempo della magia, Devon Scott
- Il ramo d'oro, James Frazer
- Feste pagane, Roberto Fattore

mercoledì 22 luglio 2015

Oleolito di Iperico: l'oro rosso liquido con il potere del Sole!

Finalmente, dopo un intero mese lunare di attesa e trepidazione, il mio primo oleolito di iperico è pronto e posso parlarvene!
Il 21 giugno, giorno tradizionale della sua raccolta, sono andata in montagna per procurarmi tutto l'iperico di cui avevo bisogno. Munita di un paio di forbicine, barattoli e olio extravergine di oliva, ho iniziato a tagliare tutte le sommità fiorite di iperico su cui mi imbattessi. Quante? Non saprei dirvelo con esattezza, ma ho riempito per bene tutti e due i barattoli, schiacciando i fiori man mano che si riempivano per farli scendere verso il fondo e riempire il più possibile il vasetto. Una volta riempiti entrambi i vasetti, ho coperto i fiori con quasi mezzo litro d'olio extravergine di oliva, poi ho chiuso il tutto e ho lasciato macerare l'olio per un mese al sole, rigirandolo di tanto in tanto. 
Più trascorrevano i giorni, più l'olio si tingeva di un bel rosso acceso. L'iperico ha rilasciato i suoi principi attivi e così ho potuto finalmente filtrare l'olio con un panno, imbottigliandolo!
E' stata una bellissima esperienza, questa dell'oleolito di iperico, l'attesa è stata lunga e ogni giorno controllavo i barattoli con una gran trepidazione. Filtrarlo, imbottigliarlo e regalarlo a parenti e amici è stata una soddisfazione senza pari, senza contare che cercavo di non versare neanche una goccia di questo oro rosso liquido mentre lo filtravo. 
E intanto pensavo all'importanza che diamo alle cose fatte a mano e realizzate da noi: non se ne spreca neanche un po', perché ogni parte della nostra opera è il sudore della nostra fronte e un pezzo di cuore.
Chissà perché, invece, ci viene tanto semplice sprecare e gettare via le cose che compriamo al supermercato...

Veniamo adesso alla parte che vi interesserà di più, e cioè alle proprietà di questo bellissimo oleolito!

E' un ottimo cicatrizzante, poiché stimola la rigenerazione cellulare. E' indicato per trattare le smagliature, le cicatrici, le ferite e le piaghe, sbianca le macchie della pelle ed è consigliato in gravidanza per prevenire le smagliature dopo il parto.
E' un vero balsamo per i mesi estivi, poiché si usa contro le ustioni, gli eritemi solari e le bruciature; basta massaggiarne la zona interessata e non esporsi al sole, poiché rende fotosesibile la pelle. Inoltre, allevia il prurito delle punture di insetto.
L'oleolito di iperico è anche un vero trattamento di bellezza, poiché è un efficace antirughe, combatte la pelle secca e viene usato anche nei segni lasciati dall'acne.
Può essere usato anche nei problemi muscolari, per dolori ai tendini e articolari, e per la cervicale. 
Insomma, rappresenta un piccolo rimedio casalingo che non dovrebbe mai mancare!

domenica 19 luglio 2015

Iside e Osiride: un mito di resurrezione, iniziazione ed equilibrio

Qualche giorno fa abbiamo parlato di Tredicesima Luna e della morte e della rinascita che essa porta con sé. Mi sembrava appropriato riportarvi uno dei miti più belli e famosi della storia dell'umanità, quello egizio di Iside e Osiride. Il mito contiene simboli dal significato profondo e, per aiutarvi a comprenderli meglio, ho speso qualche riga alla fine del post per spiegarvene l'interpretazione.
La storia delle due divinità tra le più amate e venerate dell'antico Egitto ben si adatta alle energie di questo periodo dell'anno, visto anche che oggi, 19 luglio, iniziava il nuovo anno per gli Egizi, segnato dal risorgere a Est della stella Sirio, tornata a illuminare il cielo dopo 70 giorni di assenza. Sirio, sacra a Iside, era la stella più importante per gli Egizi, poiché segnava (e segna tutt'ora) la piena del Nilo e l'inondazione che porterà limo fertile.


La natura africana dell'Egitto faraonico genera miti e leggende, storie capaci di far sognare intere generazioni, di proporre archetipi per ogni situazione. L'Egitto è la patria degli dei. Tra l'azzurro del cielo e le acque cristalline del Nilo, tra il nero limo e il deserto rosso, si svolse la storia più bella del mondo: quella di Iside, del suo sposo Osiride e del loro figlio Horo.
Siamo nelle lontane epoche dell'Età d'oro, quando sulla Terra regnavano la pace e la felicità. L'Egitto era saggiamente governato dal dio buono e perfetto Osiride. Egli aveva insegnato agli uomini a non vivere più come animali selvatici, aveva donato loro il frumento e tutti i frutti della terra; aveva seminato in essi l'idea nuova della felicità.
Osiride amava teneramente la sua sposa, l'incantevole Iside, e accanto a lei, le notti erano ancora più dolci dei giorni. Nulla mancava a questa coppia modello e i secoli trascorrevano senza scosse. I raccolti si susseguivano abbondanti, i flauti imitavano la brezza del Nord e i tamburelli dei danzatori ritmavano la gioia delle feste.
Ma qualcuno, nell'immensità del deserto, rimuginava lugubri pensieri che sollevavano minacciose nuvole di sabbia. Questo essere tormentato si chiamava Seth; fratello di Osiride, egli aveva ricevuto come sua quota di territorio le zone che fiancheggiavano a Est e a Ovest la verdeggiante contrada attraversata dal Nilo. Con il passare del tempo, in lui si era insinuato il più perfido dei sentimenti: la gelosia. Così, concepì un piano spregevole: assassinare il fratello e la sua sposa per regnare da solo su un territorio immenso di cui sarebbe stato despota feroce.
Mellifluo e falsamente amabile, egli invitò Osiride a un banchetto tra gli altissimi muri del suo palazzo. Il destino era in agguato e Osiride si recò fiducioso a questa festa che presto si sarebbe trasformata in tragedia.
Al centro della tavola, ornata di rami d'olivo, ciotole di alabastro traboccavano di melagrane e di grappoli d'uva matura; il vino mandava bagliori dal fondo delle coppe; dei pani dorati e croccanti emanavano dolci fragranze di anice e sesamo.
Turbata da oscuri presagi, Iside preferì declinare l'invito, ma non potè convincere il suo sposo a restare con lei. Osiride sapeva che il fratello era suscettibile e non poteva rischiare di umiliarlo.
A conclusione del pasto, come era consuetudine, venne il momento dei doni: Osiride offrì al fratello delle pezze di un lino finissimo; Seth invece fece portare una cassa di legno di cedro, un sarcofago niellato d'oro e d'argento, coperto di geroglifici.
In verità, il sarcofago non era stato destinato proprio a Osiride ma a colui il cui corpo avrebbe seguito perfettamente i contorni dell'oggetto. I candidati si presentarono, ma nessuno di essi era grande abbastanza da riempire il magnifico sarcofago. Anche Osiride si prestò a questo strano gioco; troppo tardi comprese il suo errore... il pesante coperchio si abbattè su di lui, facendolo piombare nelle tenebre.
La luce nei suoi occhi si spense e le stelle del cielo impallidirono. Iside, che dormiva, si svegliò bruscamente, in preda ad angosciosi presentimenti. Il piombo fuso già sigillava il coperchio del sarcofago. Venti rabbiosi urlavano nel deserto; un ghigno malvagio deformava il viso di Seth mentre questi ordinava di gettare il sarcofago nel Nilo. Nefti, sorella di Iside e sposa di Seth, dopo aver assistito terrorizzata al misfatto, corse ad avvertire Iside ed entrambe partirono immediatamente per nascondersi nelle immense paludi del Delta.
Seth impose la sua dura legge a tutto il paese, mentre il sarcofago, portato dalla forte corrente del fiume, arrivò nel Mediterraneo. Il mare lo depose sulle coste del paese di Biblo. Ben presto, un magnifico pino avvolse teneramente il feretro. Passeggiando sulla spiaggia, il re di quel paese vide questo albero straordinario e lo fece tagliare per farne la più bella, la più alta colonna del suo palazzo.
Nel cuore del Delta, tra fitti boschetti di papiro, Iside e Nefti avevano tanto pianto. Si erano lacerate i preziosi abiti da dee, avevano trascinato le chiome nella polvere e avevano lungamente danzato affinché la terra, scossa, liberasse le forze telluriche che avrebbero portato in cielo l'anima sublime di Osiride. Sussisteva, tuttavia, un problema di non poco conto: come celebrare i funerali senza il cadavere?
Il dio Ra, insieme alla forza di Thot, fece nascere in Iside un'idea grandiosa: ritrovare il corpo del suo amato, riportarlo in Egitto e, perché no, resuscitarlo.
Dovete sapere che Iside non era soltanto la sposa di Osiride; in quanto figlia di Ra, il principio luminoso, ella conosceva i segreti della vita ed era capace di assumere all'istante tutte le forme della creazione. Era già stata vista trasformarsi in svariati animali, sapeva persino rendersi invisibile, e allora si distingueva sulla sabbia solo la delicata impronta dei suoi deliziosi piedini. Per compiere la sua ricerca, ella si trasformò in rondine, così da scrutare il suolo percorrendo rapidamente enormi distanze.
Già sorvolava le coste del montuoso paese dei cedri. L'istinto e l'amore la guidarono verso la colonna che portava nel suo ventre il fatidico sarcofago. Quando il re sentì una rondine parlare, rimase sbalordito; ma, quando l'uccello si trasformò in una donna più perfetta di una statua, egli credette di impazzire... d'amore. Il corpo di lei era fasciato in una soffice trina d'oro, un diadema scintillava nei suoi capelli corvini e la fronte era ornata da un cobra con occhi di corniola. Quando camminava, il tintinnio delle sue collane e braccialetti l'avvolgeva di un'aura vaporosa. 
La questione fu risolta all'istante: la colonna venne abbattuta e si recuperò il sarcofago. In breve tempo, Iside lo depose su un'isola stretta in un'ansa del Nilo.
Allora ella chiese allo sciacallo Anubi di prendere parte alla mummificazione di Osiride. Strano personaggio, quell'Anubi, figlio di Seth e Nefti. In ogni caso, egli era pieno di buona volontà; insieme alla madre e alla zia, si mise in cerca degli ingredienti necessari all'operazione, mentre le spoglie del dio tradito riposavano sulla sabbia asciutta.
Fu un errore fatale... Con ostinazione, Seth percorreva il paese per sottometterlo e per ritrovare Iside, alla quale intendeva riservare la stessa sorte del suo sposo. Cos', si trovò proprio nnel Delta quando si imbattè nel corpo di suo fratello, che mai avrebbe pensato di rivedere. Schiumante di rabbia, si scagliò su di esso tagliandolo in quattordici pezzi che gettò nel fiume. Perpetrato l'orrendo misfatto, egli tornò alla sua oscura dimora assaporando la vittoria. Iside non avrebbe potuto essere tanto abile da riuscire ad assicurare a quel cadavere smembrato il conforto della mummificazione!
Questa volta però era lui a sbagliare. Un gentile coccodrillo che aveva assistito, sbalordito, alla scena, raccontò l'accaduto a Iside nei minimi dettagli. La maga invocò le potenze della luce, poi meditò e infine concepì un nuovo piano d'azione: avrebbe recuperato i quattordici pezzi sparsi, li avrebbe riuniti e avrebbe tentato di sconfiggere la morte. Così iniziò la dolorosa ricerca: il coccodrillo si immerse molte volte sul fondo del fiume, mentre lo sciacallo Anubi fiutava i pezzi rimasti incastrati tra le piante acquatiche. Ogni ritrovamento rianimava le speranze di Iside. Alla fine, furono riunite tredici parti, ma l'ultima, il fallo, era introvabile. Si seppe con orrore che un pesce, ignaro, se l'era mangiato! Ormai troppo vicina al prodigio, Iside ne modellò uno di morbido limo del Nilo e lo pose sul cadavere, poi, prendendo le sembianze di un nibbio, si posò su di esso per essere fecondata. Dal dio morto era scaturita la vita, il processo di resurrezione era avviato.
I settanta giorni seguenti furono dedicati all'imbalsamazione del cadavere. Ispirato da Thot e da Iside, Anubi inventò tutto il procedimento: gli ingredienti, l'uso del natron, i vasi canopi, le bende di lino e soprattutto le formule e gli incantesimi senza i quali nulla potrebbe accadere.
Dopo settanta giorni di occultazione, la stella Soped (Sirio) stava per levarsi a Oriente insieme al sole: il momento magico era giunto. Perfettamente ricomposto, Osiride sembrava dormire un sonno profondo; tutta la natura era come sospesa in attesa del miracolo. La stella salì all'orizzonte e la luce solare inondò il cielo e la terra. Le due sorelle sembravano l'incarnazione del Mistero. Osiride aprì gli occhi e sorrise ritrovando, al di là della morte, il volto dell'amata; la primavera esplose in tutte le gemme del pianeta. Iside e Osiride si abbracciarono e il dio sentì fremere nel ventre della sua sposa la promessa di vita nuova, di un essere superiore che si sarebbe chiamato Horo.


La storia di Iside e Osiride è ancor più ricca di significati di quello che sembra e può essere letta a livelli molto diversi.
Iside è la luce magica che libera dalle catene di Seth. Resuscitando Osiride, inaugura il processo della Grande Opera, della ricerca dell'immortalità. Per ritrovare il suo amato, ella fruga il cielo, la terra, l'acqua e il mondo sotterraneo; diventa maestra delle leggi che governano l'universo. La mummificazione che lei inventa insieme ad Anubi consiste nel rendere viva la carne putrefatta. Lei è tutte le donne e tutte le dee, stella del mattino, fonte della vita, mediatrice tra i vivi, i morti e lo spirito invisibile, principio della materia.
Osiride è l'antica anima dell'Egitto. E' l'immagine del ciclo vita-morte-resurrezione. Il suo corpo è l'Egitto, che ogni anno è riportato in vita dalle acque benefiche della piena del Nilo. Morendo e rinascendo, Osiride mantiene l'equilibrio del mondo.
La vera natura del rapporto che unisce Osiride al fratello assassino Seth deve essere presa in esame. Bisogna guardarsi da un'interpretazione semplicistica che farebbe della coppia una rappresentazione del Bene e del Male. Del resto, questo concetto dualistico è estraneo allo spirito egizio che gli ha sempre preferito quello di complementarietà.
Seth è il disordine, la collera, il male in azione, le forze contrarie. Egli però acquista anche un altro spessore. Se Osiride rappresenta le forze evolutive dello spirito, Seth incarna quelle involutive della materia. Il fuoco di Seth è quello iniziatico e segreto della terra che consuma ciò che deve dissolversi per risvegliare l'essenziale. Seth dà la luce a Osiride; lo sottopone alla prova del fuoco per permettergli di trarre il meglio da se stesso e di rivelare la propria natura immortale.
Uccidendo il proprio fratello, Seth permette al suo spirito di staccarsi dalla materia e di tornare alla fonte primitiva per rigenerarsi.
Seth è l'ostacolo che Osiride deve superare per rivivere domani e corrisponde alle prove che fanno parte del rituale d'iniziazione. 
Alcuni millenni dopo l'invenzione del mito osiriaco, la coppia Gesù/Giuda racconterà la stessa avventura. La storia del Cristo sembra ricalcare quella di Osiride, a partire dalla nascita da una madre vergine fino alla passione consentita per redimere l'umanità.
Sulla terra degli uomini, l'Egitto, regnerà Horo, figlio ed erede dell'immortale Osiride. Prima di esercitare i propri poteri legittimi però, egli dovrà sfidare Seth. Pur essendo il vincitore, Horo, dietro ingiunzione di Iside, non ucciderà Seth. In effetti, il male, il negativo, non va eliminato ma controllato, per equilibrare le due polarità che concorrono all'armonia dell'universo.

Fonte:
- Magia e iniziazione nell'Egitto dei Faraoni, René Lachaud, edizioni Mediterranee.

giovedì 16 luglio 2015

La Tredicesima Luna o Luna Senza Nome

Questa notte siamo entrati in Luna Nuova e il mese lunare che abbiamo iniziato a percorre è davvero particolare. Si tratta, infatti, di una lunazione che di fatto non dovrebbe esistere, ma andiamo con ordine.


Ogni anno è composto da 12 lunazioni, una per ogni mese e tre per ogni stagione. Siccome il mese lunare, al quale corrisponde anche il ciclo della donna, è composto di 28 giorni mentre i mesi solari sono composti all'incirca di 30 giorni, accade che sette volte ogni 19 anni, per regolare i conti, in una stagione si verifichi una lunazione in più.
Tale mese lunare aggiuntivo prende il nome di Tredicesma Luna, anche conosciuta come Luna Senza Nome.
Nell'antichità il calendario si basava sui cicli lunari, diversamente da quanto accade oggi. Pertanto gli antichi conoscevano già questa Luna e le sue particolarità; accadeva infatti che, seguendo i 28 giorni del mese lunare, a un certo punto le stagioni non combaciassero più e il ciclo sembrava subire una crisi. Ecco allora che veniva calcolata la Tredicesima Luna, che riportava l'equilibrio. Era un fenomeno destabilizzante e generava ansia e confusione, proviamo a immaginarci cosa dovesse significare un mese in più per i nostri antenati. Oggi non facciamo più caso alla Luna, ai suoi ritmi, presi come siamo dalla vita frenetica moderna, eppure una volta tutto era basato sulla conoscenza degli astri, del cielo e delle forze dell'universo che troppo spesso oggi finiamo per dare per scontate.
Di fatto, dunque, la Luna Senza Nome garantisce alle altre dodici di cadere all'interno della stagione di appartenenza:
- Primavera: Luna della Lepre/Luna della Coppia/Luna del Miele
- Estate: Luna delle Erbe/Luna del Grano/Luna dell'Uva
- Autunno: Luna del Sangue/Luna della Nebbia/Luna della Quercia
- Inverno: Luna del Lupo/Luna del Ghiaccio/Luna del Vento.
Come noterete prendendo in mano un qualsiasi calendario, se provate a contare le lune piene dall'inizio di Luglio alla fine di Settembre, vi accorgerete che sono 4 e non 3, come invece dovrebbero essere. La seconda lunazione di queste quattro prende dunque il nome di Tredicesima Luna o Luna Senza Nome. 
Il suo nome la accomuna al tredicesimo arcano dei tarocchi, la Morte. Il significato di questa carta può aiutarci a comprendere il profondo simbolismo di questa lunazione, tutt'altro che negativo.
La Morte e la Luna Senza Nome indicano una fine e un nuovo inizio, un riequilibrio di tutte le cose. Dalla morte nasce sempre nuova vita. Segna un momento di passaggio, di transizione. 
Il suo arrivo in passato è stato spesso considerato nefasto e portatore di disgrazie e carestie, ma questo aspetto è solo indice dell'atavica paura dell'uomo di tutto ciò che è sconosciuto e che esula dal suo essere abitudinario. Le crisi fanno parte dell'essenza umana, così come di tutto ciò che ci circonda; la rottura dell'Equilibrio, sia esso interiore o cosmico, spaventa sempre, eppure dalle ceneri nasce sempre nuova vita, dopo il temporale il sole torna più forte e luminoso e così questa Luna, apparentemente malevola, dona la fertilità per la rinascita necessaria.
La funzione della Luna Senza Nome è quella di sostenere l'ordine cosmico, non di gettarlo nel caos, per questo viene calcolata. 
Ma cosa comporta sul piano emotivo e spirituale per noi questa Luna?
Come ho già avuto modo di dire, i cicli delle stelle e dell'universo ci influenzano molto più di quanto riusciamo a immaginare, anche se stentiamo a crederci. Partendo dunque dal concetto "Come in alto, così in basso, come sopra così sotto", ecco quello che è scritto per noi nel cielo di questa tredicesima lunazione. Essa sembra portare scompiglio, dandoci modo di rivedere e mettere in discussione quello che siamo. Ci permette di riflettere e di rifare i conti che credevamo tornassero per uscire più forti e sicuri dalla crisi che sta avvenendo fuori e dentro di noi.
E' una Luna di passaggio e trasformazione e racchiude in sé le caratteristiche della lunazione precedente e di quella successiva. Attualmente ci troviamo tra la Luna delle Erbe e quella del Grano, due lunazioni del periodo del Raccolto, sia materiale che spirituale. Grazie alla Luna Senza Nome abbiamo più tempo per pensare e modificare quello che non ci sta più bene, per abbandonare quello che invece crediamo superfluo. Sotto i raggi di questa Luna non è difficile che decidiamo di dare una svolta radicale alla nostra vita; essa ci guida, ci accompagna nella nostra trasformazione, permettendoci il passaggio da bruco a farfalla. E' un momento molto importante, quello che stiamo vivendo, ed è bene viverlo con consapevolezza, aprendo i nostri sensi al cambiamento che verrà.
E' significativo che il suo arrivo quest'anno cada in Estate, tra la festa del Solstizio estivo e quella del Raccolto (Lughnasadh, 1 agosto); con la sua energia rinnovatrice, la Luna Senza Nome ci anticipa di un po' la crisi che vivremo nei mesi autunnali, per permetterci di godere al meglio del nostro personale e spirituale raccolto. 
Pare che l'energia di questa Luna sia più potente di tutte le altre, motivo per cui va festeggiata. Dedichiamo le nostre azioni e i nostri pensieri a un'analisi profonda, meditiamo sulle nostre mancanze e sui nostri punti di forza, sugli obiettivi che vogliamo raggiungere nei prossimi mesi e su quelli che invece abbiamo già raggiunto. Quello della Tredicesima Luna è un periodo favorevole per le pulizie simboliche da tutto ciò che è superfluo nella nostra vita, per alleggerirci un po' il carico. Indicati sono anche la divinazione e la meditazione.

La Tredicesima Luna viene spesso ed erroneamente confusa con la Luna Blu. Talvolta accade che in uno stesso mese ci siano due pleniluni, ma non è detto che si tratti della Luna Senza Nome di cui abbiamo parlato fino a ora... Quest'ultima, infatti, come già detto, è una Luna "di troppo" e si verifica quando in uno stesso anno abbiamo tredici lunazioni anziché dodici. La Luna Blu, invece, è semplicemente la seconda lunazione di uno stesso mese, che però rientra perfettamente nelle dodici previste.
Ovviamente la Luna Blu non ha niente a che vedere con il colore del satellite, sebbene a volte possa assumere un colore così insolito a causa di polveri nell'atmosfera.

E' bellissimo constatare come gli eventi astronomici di quest'anno siano in perfetta sintonia con ciò che accade nella mia vita, l'Eclissi di Sole prima e ora questa bellissima Tredicesima Luna che arriva in un momento di crisi per me, un periodo in cui ho bisogno di rivedere alcuni lati del mio carattere per rimettermi in gioco più forte di prima. E speriamo che questa Luna dia una un bel calcio alla Ruota, facendola girare finalmente dalla mia (e dalla nostra) parte.



Fonti:
Ho scritto questo testo di mio pugno, rielaborando le informazioni trovare sui seguenti siti:
- Strie
- Il calderone magico

martedì 7 luglio 2015

Le Dominae Herbarum, guaritrici dei poveri

La magia è parte integrante della nostra cultura. La magia naturale conduce alla conoscenza, tramite un rapporto stretto di collaborazione, non di sfruttamento, tra uomo e forze della natura. Un aspetto caratteristico della magia naturale è l'utilizzo di erbe, fiori, piante, semi, radici, acqua, olio, filtri, fumigazioni, rituali, azioni, parole per allontanare persone indesiderate, sciogliere malefici, risolvere problemi relativi alla salute, ai sentimenti, alle scelte pratiche. 
Nelle antiche culture, dagli Egizi ai Greci, dai Romani ai Celti, la medicina popolare e i rimedi a base di erbe erano riconosciuti e utilizzati comunemente e rappresentavano l'unica forma di cura e terapia per qualsiasi tipo di disturbo. In seguito questa forma di medicina venne osteggiata, anche in modo assai violento, sia dalle classi politiche che da quelle religiose. La caccia alle streghe è una triste pratica che ha caratterizzato a lungo il mondo cristiano e cattolico in particolare. In realtà, nella maggior parte dei casi, le streghe erano soltanto donne che conoscevano molto bene i fenomeni naturali e il mondo delle erbe e delle piante
Presso il popolo esisteva da sempre la "donna saggia", esperta erborista e guaritrice; le si chiedeva di guarire le malattie non gravi e la sterilità, assistere le partorienti, eliminare fatture, localizzare oggetti rubati, trovare un marito alle fanciulle; era quindi una donna benefica, che spesso sostituiva il medico e l'ostetrica nelle zone di campagna. Non dimentichiamo che allora la medicina era strettamente imparentata con la magia e alle cure primitive ed empiriche si accompagnavano formule di scongiuro per allontanare la malattia; per esempio, un manuale medico consigliava come cura per le febbri di ogni tipo di usare foglie di una certa pianta, scrivendovi sopra, prima dell'uso, alcune parole latine, invocando la Santa Trinità e ripetendo la formula all'alba per tre giorni di seguito, altri manuali medici mostravano la ferma convinzione che le malattie avessero una loro volontà e potessero essere ridotte all'obbedienza con la magia. 
La strega era una grande conoscitrice dei poteri delle erbe, che raccoglieva nelle ore e nei giorni adatti e conservava per fare pozioni; contro la cattiva sorte usava coroncine di artemisia o di verbena, raccolte la mattina del 24 giugno e appese alla porta di casa; un pizzico di bardana negli angoli delle stanze teneva lontane le malattie; il vischio proteggeva dalla stregoneria ed è rimasta ancora oggi l'usanza di regalare mazzi di vischio beneauguranti a Capodanno. L'iperico veniva usato durante gli esorcismi e gli spicchi d'aglio, messi la sera in ogni stanza, assorbivano la negatività presente in un ambiente. La tintura di celidonia aumentava le facoltà psichiche e le streghe se ne mettevano qualche goccia sulla fronte e sulle palpebre prima di dormire. L'altra parte del corredo magico era composta dal materiale per costruire simulacri, come cera, stoffa, argilla; queste venivano modellate a imitazione di una figura umana sulla quale la strega doveva agire; un esempio tipico sono i pupazzetti di cera o stoffa volti alla guarigione ma anche a fare del male, talvolta, e che rientrarono poi nella cultura del voo-doo. 
Le erbe erano raccolte nel cosiddetto periodo balsamico in modo da poter sfruttare appieno le potenzialità dei principi attivi.
La medicina popolare, dunque, fin dalla notte dei tempi, è stata gestita in particolare dalle donne, tradizionalmente esperte nell'arte di curare le malattie con le piante, e i racconti delle più antiche civiltà ci tramandano le storie di maghe e di streghe espertissime nell'effettuare sortilegi e incantesimi o nel preparare rimedi miracolosi impiegando le erbe. Nella mitologia greca troviamo così Medea, che con le erbe preparava filtri magici in grado di assicurare l'eterna giovinezza, oppure la maga Circe che con il tocco di una verga trasformava in porci i naviganti e che era esperta nel creare con le erbe bevande in grado di immunizzare da ogni veleno.
Stranamente la pratica erboristica popolare femminile fu ostinatamente perseguitata sia dalla scienza ufficiale sia dalla Chiesa, come dimostrano gli atti dei numerosi e tragici processi per stregoneria. Fu soprattutto con l'avvento della Controriforma che la Chiesa si espresse in modo inequivocabile in materia di medicina, imponendo norme molto rigide per l'esercizio dell'erboristeria, con multe severe per coloro che vi trasgredivano. Il fatto che la pratica della medicina fosse vietata ai chierici, agli ebrei e alle donne non ha bisogno di commenti. In questo modo le guaritrici popolari e le esperte di erbe venivano accusate di stregoneria, stringendo un legame tra magia e medicina che era di fatto molto più sottile di quanto non venga considerato anche oggi. Accadde così che le anziane donne compassionevoli che, in cambio di qualche ortaggio e un po' di frutta o di farina, si recavano nelle povere case dei contadini per offrire il loro aiuto sotto forma di infusi e decotti venivano arrestate, condannate e bruciate, lasciando la frangia più povera della popolazione priva del loro aiuto, solitamente valido ed efficace, mentre i medici ufficiali a suon di salassi e clisteri facevano, col beneplacito dei prelati, più danno che altro nelle dimore dei ricchi.
Fortunatamente, malgrado le persecuzioni e le proibizioni, le donne dei semplici continuarono a tramandare la loro arte, che non consisteva soltanto nella somministrazione dei rimedi vegetali e di suggerimenti alimentari, nella prescrizione di talismani da portare addosso e nella recitazione di formule o preghiere, ma era accompagnata anche da quell'antica abitudine popolare della condivisione della malattia e della sofferenza che nei tempi più recenti è venuta totalmente a mancare e della cui importanza solo da pochi anni si sono resi conto i medici e i paramedici dei servizi di cure palliative. Nell'antica società rurale non solo italiana ed europea, ma mondiale, non veniva mai a mancare il calore "tribale" del gruppo, che funzionava sia come incoraggiamento alla guarigione sia come alleggerimento del dolore e della sofferenza che venivano per così dire distribuiti a tutto il gruppo.
Per le donne le erbe, i fiori e le piante sono stati uno strumento importante sia per nutrire, sia per curare. Nelle piante è presente tutta l'energia della Madre Terra, che può essere usata per diversi scopi. Anticamente, la fitoterapia basata sulla conoscenza delle piante ha adottato come criterio di scelta dei medicamenti l'analogia delle piante con certe parti del corpo umano, con gli animali e con altre forme presenti in natura.
Le piante magiche sono centinaia, molte sono endemiche in Italia, però molti aspetti del loro uso rituale è andato perduto nel tempo, visto che la stregoneria non aveva una tradizione scritta. Spesso si tratta di erbe molto semplici. Una caratteristica importante da comprendere della stregoneria è la profonda conoscenza dei poteri delle piante, ma non quelle esotiche e strane, ma di quelle che venivano piantate negli orti o nei vasi fuori dalle povere case abitate dalle donne d'erbe. La più comune di queste, ad esempio, è il rosmarino. Alcuni lo usavano per difendersi, altri per guarire, purificare, proteggere.
Vi sono poi alcune piante, che gli inquisitori hanno considerato diaboliche, che avevano la triste fama di essere usate per fabbricare gli unguenti con i quali le streghe si cospargevano il corpo per volare fino al sabba: l'aconito, la belladonna, la mandragora, lo stramonio e il giusquiamo, erbe allucinogene e velenose che però, se usate con coscienza e nelle giuste dosi, hanno proprietà medicinali.
Le piante magiche per eccellenza sono tutte dedicate a divinità femminili, in particolare Diana, Cerere, Demetra, ma soprattutto la Grande Madre Terra. E' quindi logico supporre che le dominae herbarum, le signore delle erbe, che le usavano in quelli che gli inquisitori stigmatizzavano come filtri, non fossero seguaci del demonio, ma sacerdotesse dell'antica religione pagana. 
Se riteniamo che la magia naturale sia la disciplina che hanno seguito le streghe, viene naturale il desiderio di approfondire alcune delle accuse che gli inquisitori hanno rivolto a queste donne circa l'uso di prodotti strani per la realizzazione di polveri, unguenti e filtri usati per le cosiddette pratiche diaboliche. E' sicuramente molto difficile tracciare una separazione nitida tra le pratiche terapeutiche attuate dalle guaritrici di campagna accusate di stregoneria e l'uso rituale e simbolico delle erbe nella magia naturale.
In realtà nella medicina popolare riscontriamo una serie di riferimenti costanti al mondo vegetale e alle persone che erano in grado di conoscere le proprietà delle piante;
Nell'antica tradizione contadina, alle attività di guaritore e di erborista era particolarmente versato chi nasceva in giorni o in condizioni particolari. Anzi, chi alla nascita godeva di tali favori del Cielo doveva sentirsi impegnato a utilizzarli per non sprecare un dono venuto dall'alto. Di buon auspicio per le attività di guarigione era la nascita nel giorno di Natale oppure all'insegna del numero sette: il settimo di sette figli maschi, la settima di sette figlie femmine, i bimbi nati di sette mesi, i famosi settimini, tenuti in grande stima nelle nostre campagne fino ai primi decenni dopo la seconda guerra mondiale. Ottimo guaritore sarebbe stato anche chi nasceva "con la camicia", cioè ancora avvolto nel sacco amniotico. Infine, erano in genere ritenute predisposte alla conoscenza delle erbe medicinali le figlie di donne a loro volta guaritrici o figli di guaritori.
Nel Medioevo si credeva inoltre che anche i re e alcuni nobili Ci sono numerose testimonianze di contadini che mandavano a chiamare il proprio re per fare alleviare o guarire le proprie malattie.
La guaritrice dunque, che quasi sicuramente aveva avuto una nascita che l'aveva in qualche modo segnata, proprio per il suo contatto costante con la natura veniva rivestita da un'aura sacrale. Ispirava sentimenti di paura e reverenza per l'incapacità da parte degli uomini comuni di comprendere l'origine dei suoi poteri, che derivavano essenzialmente da una comunione completa e totale con gli elementi della natura. 
Prima della repressione e delle accuse di stregoneria, la donna delle erbe aveva un ruolo preciso nella società della quale faceva parte ed era un punto di riferimento fondamentale per la collettività. Questa figura faceva uso di tecniche magiche quasi sempre a scopo terapeutico e per questo motivo venne perseguitata e bruciata sul rogo come strega. Come sempre si teme ciò che non si conosce e la sapienza antica delle erbe fu bollata come rapporto con il diavolo, come conoscenza infernale che aveva come scopo un complotto cosmico contro le forze del bene. 
Le streghe erano accusate di diffondere epidemie, di avvelenare le acque, di distruggere i raccolti e di provocare sconvolgenti condizioni climatiche avverse.
Il rapporto tra le donne e le erbe è sempre stato molto stretto. Erbe che curano, erbe che nutrono. ma anche erbe che uccidono, e questo ha, in ogni periodo storico, spaventato moltissimo gli uomini, che vedevano in questo potere occulto delle donne un pericolo per la loro incolumità. E tra le donne martirizzate come streghe, moltissime erano donne d'erbe.
Prima della repressione avvenuta nel periodo della lotta alla stregoneria, la donna che conosceva le virtutes herbarum poteva contare su un certo riconoscimento sociale in seno alle comunità agricole e pastorali, occupava un ruolo preciso, era punto di riferimento per la collettività. Era colei che guariva.
Con l'accentuarsi della fobia sui poteri delle streghe, si affermò anche la paura che dietro le pratiche erboristiche delle guaritrici di campagna si celassero oscuri rituali diabolici.
Le streghe erano buone conoscitrici dei poteri delle erbe e ne sapevano utilizzare sia positivamente sia negativamente le proprietà terapeutiche.
Intorno a questo complesso sapere si sono coagulati secoli di tradizioni e credenze, condizionate profondamente dalla demonizzazione dell'Inquisizione. I tribunali, generalizzando, crearono i presupposti per collocare tutta una tradizione popolare sulla scia del culto del diavolo, privando le donne d'erbe della propria atavica connessione con la natura, la Grande Madre.


Fonti:
- Le erbe della nonna, collana La Bottega della Natura, ed. De Agostini, 2007
- Tradizioni perdute, Devon Scott
- Il grande libro delle piante magiche, Laura Rangoni

giovedì 2 luglio 2015

Io credo

Nella Wicca si parla di Rede, che altro non è che una sorta di "credo" una regola, per così dire.
Dato che non seguo la Wicca, da tempo volevo scrivere un manifesto della mia spiritualità e qualche tempo fa è nato questo. Ve lo lascio, nel caso potesse essere utile a qualcuno o nel caso in cui voleste farvi un'idea più precisa sulle mie idee e i miei principi.



Credo nella Natura e nel suo Spirito, che permea in tutte le cose. Lei è il mio tempio, con la sua volta arborea o celeste.
Credo nella Luna, che guida le mie maree femminili, rendendomi consapevole della ciclicità della Vita.
Credo nel Sole, nella sua Energia, nella sua Forza maschile.
Onoro gli Elementi e li benedico per il loro soffio vitale.
Credo nella Terra e la benedico per la sua stabilità e il suo grembo materno.
Credo nell'Aria e la benedico per il suo potente respiro, per l'ossigeno e per trasportare i semi della speranza.
Credo nell'Acqua, culla della vita, liquido primordiale che di tutto ha memoria. La benedico per essere la fonte di ogni cosa, pura ed emozionale.
Credo nel Fuoco e lo benedico per il suo potere rigeneratore, per la sua passionalità e il calore che offre.
Gli Animali sono miei fratelli, li rispetto e li considero miei pari.
Le Piante e gli Alberi sono un prolungamento della Madre Terra, figli suoi come lo sono io, e li considero esseri puri, semplici e venerabili.
Credo nella ciclicità di tutte le cose, nel costante riciclo dell'Energia. Pertanto, credo che nulla si crei e nulla si distrugga in natura, ma tutto si trasformi. Credo nell'Immortalità dell'Anima, ciclica anch'essa con le sue reincarnazioni.
Credo nel Rispetto, nella Libertà e nell'Umiltà.
Credo che nella vita si debba puntare alla Saggezza, prima di giudicare e di voler insegnare agli altri.
Festeggio gli Equinozi, i Solstizi e i giorni che dall'alba dei tempi sono considerati ricchi di Energia.
Credo nell'importanza delle Tradizioni, negli insegnamenti del Passato e di una Memoria che abbiamo ormai perduto.
Rispetto, ricordo e venero i miei Antenati, quelli di sangue ma anche quelli che ispirano il mio Credo, la mia Fede e la mia personale Tradizione.
Credo nelle potenzialità della Mente umana, non sfruttate a dovere da quest'epoca tecnologica.
Credo che il Corpo sia il tempio della mia anima, pertanto cerco di prendermene cura meglio che posso.
Credo nella Magia delle piccole cose, dallo sbocciare di un fiore alle sottili energie dei pianeti, ai quali mi affido per richiedere di esaudire i miei desideri.
Credo nelle energie naturali, nel pieno rispetto di Madre Terra, per questo nella mia pratica cerco di evitare l'uso di prodotti che non provengono dal suo grembo.
Credo che fare Magia significhi tornare bambini, riempire il proprio spirito di quella Meraviglia infantile che ci permetteva di non avere freni inibitori e di vedere l'Invisibile oltre il Visibile, di osservare la vera Essenza delle cose e di Comunicare con il mondo in un modo puro, semplice e sincero.
Credo nell'importanza della Solitudine, perché solo con essa possiamo confrontare le Luci e le Ombre che ci portiamo dentro, accettandole e metabolizzandole.
Credo anche che in realtà la vera solitudine non esista, poiché intorno a noi la Vita scorre in ogni cosa, in un unico grande Respiro, e che gli spiriti ci circondino silenziosamente.
Credo che l'Arte sia un dono e che pertanto non sia rispettoso accettare compensi in denaro per un servizio fatto al prossimo. Credo nel donarsi gratuitamente agli altri, senza aspettarsi nulla in cambio, ma accogliendo i doni altrui con gioia e gratitudine, senza aspettativa né presunzione.
Credo nel Diritto di ognuno di professare la propria spiritualità liberamente, nel pieno rispetto delle idee altrui, pur restando fermi nei propri ideali.
Credo nell'importanza di non violare la propria natura e di tener fede alla propria indole, ai propri principi e alle proprie aspirazioni, non tradendoli mai.
Credo che per cambiare il mondo si debba prima cambiare se stessi, per essere un seme e non un sasso gettato nella corrente.
Credo nella forza di Volontà, messa in moto da un Bisogno e da una Motivazione; è il primo sintomo della Realizzazione e del Successo personali.