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venerdì 26 giugno 2015

Di donne, di streghe, di scope e cappelli

Forse sono io a essere troppo seria o forse no, forse prendo le cose un po' "di petto", ma quando si parla di streghe, di donne, di inquisizione e paesini turistici mi infiammo facilmente.
Nel bellissimo entroterra della provincia di Imperia, in Liguria, c'è un paesino appeso sulla cima di un colle. In questo paese, come in tanti altri, un tempo successero fatti angoscianti e tremendi. Sto parlando di Triora, considerata la Salem d'Italia, dove sul finire del Cinquecento si scatenò uno dei più importanti processi contro le streghe.
A cosa vi fa pensare la parola "strega"? Ai più credo che susciti sensazioni negative, come darvi torto? In fondo questo termine è nato in senso dispregiativo e ancora oggi viene usato per etichettare in qualche modo una persona malvagia, con intenti tutt'altro che buoni. Nei nostri tempi moderni, poi, ci immaginiamo fin troppo bene le streghe: cappello a punta, abito nero, naso lungo, verruche, gobba, unghie lunghe e appuntite... i cliché non si sprecano di certo. Spesso però mi chiedo se qualcuno si fermi a pensare a chi dovessero essere veramente quelle donne, a che aspetto avessero nella realtà, e non nella fantasia popolare ingigantitasi fino ai giorni nostri.
Che poi non si parla mica solo di donne! Strega poteva essere anche un uomo, e ci sono testimonianze di uomini accusati di praticare la stregoneria. Ed ecco che già si comincia a sfatare il mito. 
Vi sarà capitato una volta nella vita di girare in qualche negozietto di souvenir e trovare la classica "befana", pronta per essere acquistata e regalata a qualcuno. Forse vi sarà capitato di trovarla proprio in una cittadina che in qualche modo avesse una leggenda o una storia legata alla stregoneria. Ebbene, quella befana col fazzoletto in testa, stracci al posto dei vestiti e la scopa sottogamba è diventato ormai uno degli emblemi di Triora, così come di tanti altri paesini che ne condividono la triste storia. 
Spesso mi sono chiesta come mai, in un paese in cui donne (e anche uomini, ricordiamolo) sono state torturate senza pietà, dove il dolore del passato riecheggia ancora tra le vecchie mura, ci si ostini a vedere solo la parte "fiabesca" della storia. Ma di fiabesco che cosa c'è esattamente? 
Badate, la mia non vuole essere una critica verso Triora, i suoi negozi, verso chi vende gadget... questo vuole essere solo uno spunto di riflessione, perché a sbagliare non è Triora in quanto tale, l'errore sta nella mentalità di ognuno di noi e nel non saper più osservare con attenzione, non avere più l'interesse di informarsi. 
Per farvi comprendere meglio quello che intendo, devo fare una premessa storica; perdonatemi, ma è necessaria. Andiamo dunque ad addentrarci in quella fiaba che fiaba non è, ambientata in un tempo lontano, in un paese chiamato Triora.

La storia di questo paese è molto antica: già nel Neolitico nella zona dove oggi sorge il borgo medioevale sono documentati degli insediamenti umani, dei quali ci rimangono alcuni resti. Venne sottomessa all'Impero Romano, poi divenne un feudo della repubblica genovese.
Pare che sotto la chiesa della Collegiata, in centro al paese, un tempo sorgesse un tempio pagano; anche un menhir al Passo della Mezzaluna, non distante dal borgo, testimonia gli antichi culti fortemente sentiti in questa valle.
Il nome "Triora" deriva dal latino "tria ora" che letteralmente significa "tre bocche", quelle del Cerbero rappresentato nello stemma del paese. Triora divenne famosa alla fine del Cinquecento, quando finì nell'occhio del ciclone a causa del processo alle streghe voluto dall'Inquisizione.
Ancora oggi l'eco di quei giorni rimbomba tra le mura della città, e anche il visitatore meno documentato, aggirandosi tra le viuzze strette e tortuose, ne subisce il terribile fascino. Ma cosa successe esattamente? Perché ancora oggi questo borgo medievale continua a far parlare di sè?
Era la fine dell'estate del 1587; da ormai due anni la carestia devastava il paese e la causa di questa piaga insopportabile non potevano che essere le streghe, donne malefiche che si aggiravano per le vie della città a gettare incantesimi e a fare pozioni durante la notte. Come se non bastasse, alcuni affermavano che fossero anche infanticide.
Con queste accuse si aprì uno dei più atroci processi alle streghe d'Italia. In realtà  oggi si sa per certo che Triora non fu mai colpita da una carestia, visto e considerato che la città inviava parecchi viveri a Genova, tanto da essere nominata "granaio della repubblica".  L'ipotesi più probabile è quella che i nobili di Triora imposero tasse maggiori sugli alimenti agli abitanti del paese, che si trovarono così a morire di fame, e a fare da capro espiatorio al malcontento crescente erano le streghe, le donne più povere che abitavano fuori dalle mure dalla città.
Nell'ottobre del 1588, dunque, il Parlamento locale diede il via al processo e l'autorità ecclesiastica non tardò a intervenire. Vennero confiscate alcune abitazioni private per essere adibite a prigioni; venti donne furono incarcerate, si procedette alla tortura e le accuse estorte durante gli interrogatori portarono in carcere altre donne. Bastava davvero poco per essere accusati di stregoneria e a Triora gli abitanti presero ad additarsi l'un l'altro, scatenando un vero pandemonio. Se una donna suscitava le invidie o le ire di qualcuno, sbarazzarsi di lei era molto semplice: bastava accusarla di essere una strega, imputandole malefatte di ogni genere, e subito quella veniva incarcerata e torturata.
La prima vittima dell'Inquisizione fu la sessantenne Isotta Stella, morta agonizzante dopo le torture, seguita da una seconda donna che cadde nel tentativo di calarsi giù da una delle finestre della sua prigione. Nel popolo cominciò a serpeggiare un certo malumore, poichè il tanto invocato intervento delle autorità iniziava a spaventare per la sua ferocia. Infatti, non furono solo le povere contadine a essere incarcerate: tra le presunte streghe c'erano anche delle nobildonne. La situazione stava pian piano degenerando e gli Anziani decisero di chiedere che il processo venisse sospeso poiché non garantiva più alcun tipo di giustizia. Nella loro lettera al Doge di Genova scrissero come la stessa Isotta morì sotto tortura, dopo aver confessato disperatamente di essere una strega. I suoi torturatori sostenevano che la donna, aiutata dalle sue arti magiche, sopportava il supplizio arrivando addirittura ad addormentarsi. 
In seguito alle lamentele, gli inquisitori partirono da Triora, ma lasciarono le accusate in carcere. Il governo genovese si accorse che quelle donne rischiavano di rimanere in prigione per molto tempo, lasciando la questione in sospeso. Nei primi giorni di maggio giunse a Triora l’Inquisitore Capo per visitare le donne in carcere e accertarsi della situazione. Tutte, eccetto una, negarono quanto avevano ammesso prima. Rimasero tutte in carcere, eccetto una ragazzina di 13 anni che venne lasciata libera. Il processo si protrasse per altri mesi, finché giunse a Triora un commissario speciale, Scribani, inviato da Genova. Il commissario intendeva sradicare il morbo malefico insediatosi in paese e che sembrava coinvolgere gran parte dei suoi abitanti; inviò così tredici donne e un uomo nel carcere di Genova, accusati di stregoneria. Aprì nuovi casi intorno alla zona di Triora, mandando al patibolo donne innocenti, dopo averle sottoposte a tremende torture.
Una di queste, che viene ricordata ancora oggi, è Franchetta Borelli, che venne torturata al cavalletto dallo stesso Scribani per più di un giorno. Franchetta era di famiglia nobile. Le cronache dell'epoca la descrivono come una donna di bell'aspetto ed economicamente benestante, seppure nubile. La donna venne chiamata in causa da altre compaesane. Dopo ore di interminabili torture, confessò alcune colpe, sperando di essere lasciata in pace, poi si chiuse nel silenzio. E' passata alla storia la testimonianza di una frase da lei pronunciata, indicativa della situazione e delle sofferenze a cui le presunte streghe erano sottoposte: "Io stringo i denti e diranno che rido". Sotto cauzione, pagata dal fratello, a Franchetta furono concessi gli arresti domiciliari, ma la poverina decise di fuggire, cosa che insospettì lo Scribani, che per poco non incolpò un conoscente della stessa Franchetta per averla aiutata. La donna decise a quel punto di tornare in paese e andare incontro al suo destino. Gli atti del processo riportano le ventuno ore di interrogatorio e torture, durante le quali la donna alternava il silenzio e momenti di sconforto a momenti in cui esprimeva pensieri innocenti. Non si sa come finì la sua storia da strega, ma i documenti attestano la sua morte parecchi anni dopo il processo e fu sepolta in terra consacrata, cosa che fa ben sperare sulla sua triste storia.
Lo Scribani, dunque, disilluse le aspettative generali, portando nel paese una nuova ventata di terrore. Le accuse che egli mosse alle donne furono sempre sostanzialmente tre: reato contro Dio, commercio con il demonio, omicidio di donne e bambini. Venuto a conoscenza dell'operato dello Scrivani, il Doge di Genova gli raccomandò di occuparsi solo della giustizia, tralasciando le accuse che erano di materia dell'Inquisizione. Allo Scribani non rimase che rifare i processi, arrivando alla condanna a morte di quattro streghe nei dintorni di Triora. Avvenne così il trasporto a Genova delle cinque accusate, che partirono dal borgo nell'ottobre del 1588. Viaggiarono per mare e una volta arrivate a Genova vennero messe nelle carceri. Queste si andarono ad aggiungere alle prime tredici già incarcerate e lì trasportate. Delle prime tredici non si conosce la sorte e c'è la possibilità che alcune fossero state rimandate già a Triora  perché ritenute innocenti.
Nell'aprile 1589 si incominciò a intravedere la luce: alcuni cardinali fecero giungere l'ordine di chiusura dei processi e in poco tempo l'Inquisizione si ritirò.
Ma che fine fecero le donne ancora incarcerate? Vennero lasciate libere o rimasero in prigione fino alla fine dei loro giorni? Nessuno lo sa, perché da quel momento in poi mancano documenti ufficiali che possano fare luce sulla loro sorte. Alcuni sostengono che furono lasciate libere e la prova di questa affermazione sarebbe leggibile nei registri parrocchiali di un paese non lontano da Triora, dove, dal 1600 in poi, compare il cognome Bazoro o Bazura, che richiama inequivocabilmente la parola "bagiùa", espressione dialettale con cui venivano chiamate le streghe a Triora.

Ed eccovi dunque, nuda e cruda, la storia di Triora, quella che oggi quasi viene confusa davvero per una fiaba.
Girando per le vie del borgo, mi sono accorta spesso della superficialità della gente, che ancora oggi crede fermamente che quelle accusate fossero streghe figlie del demonio.
Ecco allora che entrano in gioco le befane di cui vi parlavo poco fa: visitando questi luoghi così intrisi di storia, di dolore e, perché no, di orrore, vorrei sapere in quanti si fermano a pensare a chi fossero realmente quelle donne e a cosa direbbero oggi se si vedessero rappresentate in una befana su una scopa di saggina. 
Dovremmo fermarci a pensare ai luoghi sui quali camminiamo, rispettando il silenzio carico di parole che aleggia tra le vie tortuose del borgo, anziché schiamazzare e fare battute di cattivo gusto. Dovremmo riflettere sul fatto che le pietre che stiamo calpestando sono più vecchie di noi e  conservano ancora il ricordo delle urla di quelle donne disperate che furono private della dignità, della libertà e della vita. I luoghi come Triora hanno molto da comunicare al mondo, possono insegnare ancora qualcosa, è solo il nostro sguardo a dover cambiare direzione.
Queste donne altro non erano che abili levatrici, esperte conoscitrici delle erbe e delle tecniche di guarigione e per queste loro inaccettabili conoscenze vennero crudelmente accusate di stregoneria e di stringere patti con il diavolo. Sulla figura del demonio, poi, ci sarebbe un capitolo a parte da aprire, dato che di per sé il diavolo non esiste, e la sua rappresentazione con corna e sembianze caprine deriva da un'antica e benevola divinità delle foreste, demonizzata poi dal cristianesimo.
In un mondo antico e spietato, dove solo il più forte poteva avere la meglio, dove i ritmi erano più lenti dei nostri e dove bisognava fare affidamento unicamente sulle proprie forze e sulla benevolenza di Madre Natura, era naturale affidarsi ai poteri delle erbe per curare malanni e risolvere problemi. Le donne, custodi del focolare domestico, conoscevano i metodi per calmare la tosse, curare l'infertilità e dare sollievo ai neonati. In molte parti d'Italia e del mondo alcune tradizioni sono ancora molto vive, tramandate di generazione in generazione da tempi lontanissimi, quindi non c'è da stupirsi della conoscenza di queste donne. Quello che deve suscitare stupore, piuttosto, è l'inettitudine delle persone e l'incapacità di noi uomini moderni di vedere oltre e di imparare a rispettare il passato, senza ridicolizzarlo né sminuirlo.
Ricordiamoci che le streghe non sono morte. A Triora sopravvivono nei gesti e nelle abitudini quotidiane, tra i muri, nelle foreste e presso le sorgenti della magica Valle Argentina, questo ve lo posso assicurare, dato che ci sono stata di persona. Streghe ce ne sono ancora tra quelle antiche mura, un occhio attento se ne accorge facilmente per le offerte che vengono lasciate a ogni angolo. Ma le streghe, sagge e silenziose, camminano anche nelle strade affollate della città, e di certo non portano cappelli a punta né si muovono su scope volanti.
Spesso essere strega significa semplicemente avere una sensibilità diversa da quella altrui, percorrere sentieri dell'anima sconosciuti ai più ed essere fatte di puro Amore.
Adesso ditemi se tutto questo può rimandare a nasi adunchi, gobbe e risate gracchianti...

Fonti:
- Pensieri miei sparsi
- "I Segreti di Triora - il potere del luogo, le streghe e l'ombra del boia", Maria Antonietta Breda, Ippolito Edmondo Ferrario, Gianluca Padovan, Mursia ed. 

martedì 23 giugno 2015

Festeggiando il Solstizio estivo

Sono molto legata alla festività del Solstizio d'Estate, e quasi non saprei spiegare il perché. Non ho una festa preferita in ambito pagano, ma i Solstizi, sia quello estivo che quello invernale, hanno sempre portato qualche cambiamento dentro e fuori di me.
Il Solstizio d'Estate è forse la prima festa che ho celebrato con la mia dolce metà e dopo mesi di pausa dallo studio del paganesimo è la prima festa che ho ripreso a festeggiare. Ecco perché ci tenevo a celebrare questo Solstizio come si deve, per me rappresenta un traguardo, una sorta di consacrazione.
Era da un anno che desideravo raccogliere l'Iperico al Solstizio per potervi confezionare l'oleolito, così ho pensato che sarebbe stato bello, invece della solita escursione in montagna, stare due giorni fuori e campeggiare.
Pensavo che potesse essere un ottimo modo per festeggiare il Sole, così mi sono munita della giusta dose di spirito d'avventura e armata di tenda, coperte e sacchi a pelo, sono andata sopra Triora.
Stare in mezzo alla natura rinvigorisce il mio animo, soprattutto quando decido di fare un campeggio, perché riesco a godere di ogni momento, ad assaporare con tutti i miei sensi la vita della montagna e i cicli naturali. Sembra di tornare indietro nel tempo, quando non esistevano case, ma solo giacigli per la notte e luoghi in cui rifugiarsi. In mezzo alla natura incontaminata tutto si ferma, i nostri ritmi umani perdono senso e significato e subito si risveglia la parte bestiale di noi, quella selvaggia e affascinante che da bravi uomini civilizzati nascondiamo fin troppo bene quando percorriamo le strade cittadine, ma che pian piano riemerge sui sentieri fuori dai centri abitati.
Dopo aver acceso un piccolo fuoco, siamo rimasti per un po' a suonare, cantare e a raccontare storie di fate, infine abbiamo fatto qualche divinazione con le carte oracolari egizie. Era ormai buio ed era giunto anche per noi il momento di ritirarci nella tenda.
La Natura, soprattutto di notte, impone silenzio e, quando il buio cala, proprio come un incantesimo, tutto si ferma e si spegne e anche noi sentiamo le palpebre improvvisamente pesanti.
Confesso di non aver chiuso occhio tutta la notte, il terreno era davvero troppo duro dove abbiamo piantato la tenda, in compenso però la mia insonnia ha avuto i suoi lati positivi. Durante la notte ho pensato molto, ma soprattutto ascoltato quello che accadeva intorno a me. Sentivo i cinghiali grufolare lì intorno, i versi dei caprioli vicinissimi, persino il battito d'ali di un rapace notturno, forse. E poi scalpicci e passi felpati che non saprei ricondurre a un animale in particolare, la mia immaginazione vorrebbe che si trattasse di lupi, che da quelle parti sono presenti ormai da anni, anche se non credo lo fossero.
Al solo pensiero di aver avuto a pochissimi centimetri da me animali che non si vedono tutti i giorni, mi sono emozionata.
Ho pensato a quante cose ho fatto in questo ultimo anno, da quando ho ripreso a studiare per la mia spiritualità. Ho pensato che è stato un anno molto ricco dal punto di vista personale, in perfetta armonia con la Ruota dell'Anno e i cicli naturali. E allora mi è venuto da pensare anche che presto raccoglierò i frutti di questo mio lavoro, e spero che il mio raccolto arriverà presto!
Ho speso l'anno passato a studiare approfonditamente le festività legate al Sole e alla Luna, celebrandole tutte e consolidando così le mie conoscenze e, ora che un anno è passato e che la Ruota (per me) comincia un nuovo giro, ho pensato che potrei dedicare i prossimi 12 mesi a un lavoro diverso, magari legato alle erbe questa volta, chissà! 
Le mie riflessioni si sono spente all'alba. Ho salutato il Sole, dopo di che abbiamo disfatto la tenda e ci siamo messi in cerca dell'Iperico. Abbiamo camminato tutta la mattina tra i campi assolati, disturbati continuamente da mosche e tafani, eppure la fatica è valsa il senso di soddisfazione che ho provato dopo aver riempito due barattoli con fiori di Iperico e olio extravergine di oliva! Dell'oleolito vi parlerò ancora prossimamente, quando sarà pronto. Adesso lo vedete nella foto mentre macera al sole, e così dovrà restare per un mese intero; è questo che amo dei rimedi naturali, delle conserve fatte in casa e della raccolta delle erbe: il senso dell'attesa. Quella stessa attesa a cui non siamo più abituati con il nostro mondo moderno e frenetico, dove regna la regola del "tutto e subito". Raccogliere, essiccare, confezionare, trasformare... sono tutte cose che richiedono tempi più o meno lunghi, ma una volta concluso il lavoro, la soddisfazione è davvero enorme. Sembra quasi di tornare bambini, quando si riceveva un regalo che a noi sembrava il più bello di sempre e si sapeva apprezzare col cuore. Ecco, è la stessa sensazione che provo ogni volta che confeziono qualcosa di mio, che sia un'erba essiccata, un oleolito o altro.
Insomma, sono tornata a casa dopo questi festeggiamenti solstiziali con un raggio di sole nel cuore, colma di speranza per il futuro e di progetti in attesa di essere realizzati. Spero che abbiate trascorso anche voi dei bei momenti e che abbiate festeggiato il Sole nel migliore dei modi!

martedì 16 giugno 2015

Il Solstizio d'Estate, Litha e San Giovanni

Anche giugno volge verso la fine, portandosi via gli ultimi strascichi di Primavera. 
Ecco dunque che si avvicina il Solstizio d'Estate, chiamato anche Midsummer (Mezza Estate) in Gran Bretagna e conosciuto come Litha dai neopagani.
Il Sole raggiunge il suo massimo splendore, la luce del giorno vince sulle tenebre della notte, ma ancora per poco. Dopo il 21 giugno, infatti, inizia la metà discendente dell'anno, che si protrarrà fino al prossimo Solstizio invernale.
Presso le popolazioni antiche, questo era un momento di grandi festeggiamenti e carico di energia, poiché la natura è al suo culmine. 
E' durante questo periodo che si raccolgono le erbe, le quali raggiungono il periodo balsamico. E' giunto anche il tempo dei primi raccolti e della mietitura, che offrono cibo, sostentamento e provviste per i mesi più duri dell'anno. Con i nostri ritmi frenetici e l'abbondanza di cibo dei giorni moderni non ci rendiamo più conto dell'importanza dei ritmi naturali e delle valenze di queste festività antiche. Tuttavia, il Solstizio d'Estate coinvolge anche noi, con i suoi frutti freschi e succulenti, le giornate belle, lunghe e calde e la voglia di godersi un meritato riposo dopo i lunghissimi mesi di intenso lavoro.
Tali antiche festività confluirono poi, con la cristianizzazione, nella festa di San Giovanni, che cade il 24 giugno.
In questi giorni l'energia solare è così potente da trasmettersi alla natura e alla terra, motivo per cui nell'antichità venivano raccolte le erbe, che si facevano seccare per essere conservate e consumate durante il resto dell'anno. 
Il Solstizio d'Estate è una festa a carattere purificatorio; la purificazione avviene tramite due elementi: il fuoco e l'acqua. Essi sono il simbolo del Sole e della Luna, che secondo il folklore in questo periodo convolavano simbolicamente a nozze. Da Nord a Sud, da Est a Ovest, ovunque nel mondo era un accendersi di fuochi e falò per incoraggiare il Sole a restare e a non fermare la sua marcia vittoriosa sull'oscurità, dandogli vigore e forza. Ruote infuocate venivano fatte rotolare giù dai pendii, il bestiame veniva fatto passare attraverso i fumi dei falò per proteggerlo dalle malattie, mentre gli uomini saltavano sopra i fuochi per propiziarsi la fortuna dell'anno a venire o per trarre presagi del futuro. Le ceneri dei fuochi di Mezza Estate venivano poi sparse per i campi per dare fertilità al terreno e assicurarsi così un buon raccolto durante i mesi estivi. 
Anche l'elemento acqua, come dicevamo, è importante per queste festività. All'alba del giorno del Solstizio (poi San Giovanni) le donne e gli uomini erano soliti fare il bagno nella rugiada del mattino,  chiamata "guazza", per propiziarsi la fertilità di cui si credeva fossero intrise le acque. La Guazza di San Giovanni è portentosa: fa ringiovanire, ricrescere i capelli, ha azione purificatrice e fecondatrice.
Le giovani spose che volevano avere molti figli sollevavano dunque le vesti e si adagiavano sui prati per lavarsi intimamente con la magica rugiada. Anche gli uomini volevano godere delle virtù dell'acqua del mattino, per cui non era strano che le coppie si appartassero per consumare il proprio amore e sfruttare le energie propiziatorie del giorno.
Tuttavia quello del Solstizio estivo non è un giorno di festeggiamenti, convivialità e amoreggiamenti solo per i comuni mortali: la notte della vigilia di questo giorno, infatti, si popolava di diavoli, demoni e streghe, da cui era necessario proteggersi. Ed ecco che entrano in scena le erbe. Tra quelle indicate per la protezione dagli spiriti e dalle donne a cavallo della scopa che infestavano i cieli nell'oscurità, c'era l'Iperico o scacciadiavoli, conosciuto anche come erba di San Giovanni (per saperne di più, leggete il mio articolo qui). 
Le erbe erano usate anche a scopo divinatorio, poichè, esattamente come Samhain (meglio conosciuto come Halloween o Ognissanti), il Solstizio è considerato un secondo capodanno. Come già detto, infatti, questo giorno termina l'anno ascendente e inizia quello discendente, per cui era usanza provare a predire il futuro. La magia d'amore era quella preferita in questo periodo, per cui erbe come il rosmarino, il prezzemolo o la ruta erano poste sotto il guanciale per sognare il volto del futuro sposo. 
Per il suo essere simile al capodanno, a Mezza Estate il confine tra i mondi è sottile e ad alcuni fortunati (o sfortunati?) è permesso di vedere le Fate, così come ci ricorda Shakespeare con la sua intramontabile commedia "Midsummer Night's Dream".

Come possiamo festeggiare il Solstizio estivo oggi?
Prendiamoci del tempo da trascorrere in mezzo alla natura, all'aria aperta, facendo passeggiate in montagna o organizzando picnic in riva al mare. Riflettiamo su quello che abbiamo seminato fino a oggi nella nostra vita e prepariamoci al raccolto spirituale che verrà nei giorni, nelle settimane e nei mesi a venire. Festeggiamo i nostri successi, la nostra crescita interiore e tutto ciò che di buono abbiamo ottenuto e ci è stato donato.
Regaliamo qualcosa alla Terra, che ci sfama e ci nutre ogni giorno. Possiamo lasciare delle offerte di cereali e semi, di acqua, vino e miele, per esempio. Ringraziamo la natura tutta per i doni che ogni giorno ci fa e troviamo un modo tutto nostro per farlo, senza inquinare, mi raccomando! e facendo attenzione a non lasciare offerte potenzialmente pericolose per gli altri abitanti della nostra Terra, gli animali.
Regaliamo qualcosa anche a chi ci sta intorno ed è meno fortunato di noi, se ne abbiamo la possibilità. Ricambiamo l'aiuto che gli altri ci hanno dato per ringraziarli del tempo che ci hanno dedicato. 
Festeggiamo la luce solare che ci ha accompagnato in questi mesi accendendo un falò o un piccolo fuocherello, cantiamo e danziamo intorno a esso per liberare la nostra energia creativa. 
Dato che a Litha le energie magiche sono alla loro massima potenza, possiamo dedicarci a rituali di protezione o propiziazione, a magie e divinazioni d'amore.
Raccogliamo le erbe officinali per seccarle e conservarle, confezioniamo oleoliti e sacchettini profumati, talismani per la casa e la famiglia. 
In questo giorno la poesia, l'arte e la creatività in generale la fanno da padroni, dunque sbizzarritevi!
Un altro suggerimento semplice per il Solstizio estivo è quello di svegliarsi all'alba per salutare il Sole, sentendo la sua energia scorrere dentro di noi.
Litha è un momento di divertimento, dunque possiamo festeggiarla con gli amici.
Per finire, vi lascio un piccolo e semplice rito di festeggiamento tratto da libro "Miti, magie e divinazione delle antiche civiltà. Alla ricerca dell'antica magia" di Cassandra Eason.

Rito per il successo 

Il giorno del Solstizio d'Estate, alzatevi prima dell'alba e salite in cima a una collina in modo da poter vedere il sorgere del sole. Non appena i primi raggi di luce coloriscono il cielo, correte – a piedi, in bicicletta o su rollerblade – giù per la collina. Mentre acquistate velocità, lasciate che le energie del sole che sorge vi riempiano di determinazione, fiducia in voi stessi e gioia. Passate a godervi l'aria aperta, anche se piove o siete al centro d'una città. Fate progetti per il futuro e programmate i passi che dovete fare per realizzare un sogno o un'ambizione, per quanto modesti. Prima del crepuscolo, salite di nuovo in cima alla collina e, mentre il sole tramonta, ringraziatelo per il dono della vita e della forza e, in un luogo riparato, accendete una candela dorata. Quando la luce svanisce, spegnete la candela e lasciate che la luce del vostro sole personale illumini tutti coloro che ne hanno bisogno. Se non state bene, fatevi portare, all'alba e al crepuscolo, in cima a una collina da un amico o da un familiare e chiedete salute e forza o un modo di usare il vostro sole interiore per trovare la felicità.


Fonti:
Questo testo è stato scritto di mio pugno rielaborando le informazioni trovate sui seguenti testi:
- Florario, Alfredo Cattabiani
- Calendario, Alfredo Cattabiani
- Feste pagane, Roberto Fattore
Miti, magie e divinazione delle antiche civiltà. Alla ricerca dell'antica magia, Cassandra Eason.

venerdì 5 giugno 2015

L'Iperico: proprietà e usi magici

Se c'è una pianta selvatica che amo da quando ero bambina, quella è proprio l'iperico.
La vidi per la prima volta su un libro che parlava delle fate, da quel momento me ne innamorai e ovunque andassi la cercavo con gli occhi, sperando di trovarla, prima o poi. Anni e anni dopo, finalmente ho incontrato questa pianta lungo i sentieri intorno a Triora ed è stata una grande emozione trovarmela davanti, come tornare bambina.
Dato il Solstizio d'Estate si avvicina sempre più e che l'Iperico è legato a questo periodo dell'anno, ho pensato di scrivere questo post per farvi conoscere le proprietà di questa pianta, magiche e non!

Nome popolare: scacciadiavoli, erba di San Giovanni, erba fatata
Genere: maschile
Pianeta: Sole
Elemento: Fuoco
Poteri: salute, protezione, forza, divinazione d'amore, felicità.

E' una pianta erbacea che può diventare alta fino a 80 centimetri e ha fiori di un bel colore giallo dorato con petali disposti a stella e riuniti in spighe alla fine dei rami. Fiorisce in tutta Italia, tranne che in alta montagna. Cresce in luoghi caldi con una buona esposizione al sole, nei prati incolti, lungo le strade di campagna. E' un piccolo arbusto dall'odore balsamico che fiorisce da giugno ad agosto.
Secondo la tradizione, l'iperico si raccoglie il giorno di San Giovanni (24 giugno). 
Questo perché anticamente, chi si trovava per la strada nella notte della vigilia, quando le streghe si recavano a frotte  verso il luogo del convegno annuale, se ne proteggevano infilandoselo sotto la camicia insieme con altre erbe, dall'aglio all'artemisia alla ruta. Il suo stretto legame con il santo sarebbe testimoniato dai petali che, strofinati tra le dita, le macchiano di rosso perché contengono un succo detto per il suo colore "sangue di San Giovanni".
Ippocrate e Dioscoride sostenevano che il suo nome significava "al di sopra", ossia più forte delle apparizioni dell'oltretomba e del mondo infero. Per questo motivo era soprannominato anche scacciadiavoli. A lungo si è creduto che quest'erba potesse scacciare i demoni dal corpo degli indemoniati, e quindi è stata usata in molti cerimoniali di esorcismo. 
Molti contadini ne tenevano alcune piantine vicino alla casa, ne appendevano mazzi nelle stalle per scongiurare le fatture contro il bestiame e ne mettevano sotto al materassino della culla dei neonati per proteggerli dal malocchio.
Molti ne appendevano dei rametti sulle pareti e le finestre di casa come amuleto protettivo e portafortuna.
Il medico Durante, vissuto nel 1600, scriveva dell'iperico:
"Assicuravano essere tanto in odio ai diavoli che abbruciandone o facendone fomenti nelle case, essi subito se ne partivano."
Quest'erba dunque ha il potere di far fuggire non solamente le entità negative, ma anche gli incubi e gli spettri. Il motivo forse sta nell'odore molto simile a quello dell'incenso che questo fiore sprigiona quando viene bruciato.
Se portato addosso allontana le influenze negative, se piantato davanti a casa protegge da tutti coloro che ci vogliono male, dall'invidia e dal malocchio.
Guariva i morsi dei serpenti, ma figurava anche fra i rimedi consigliati contro gli attacchi di epilessia e le bruciature.
Messo in un vaso e appeso vicino alla finestra l'iperico protegge la casa dai fulmini, dal fuoco e dagli spiriti del male. Questa credenza deriva dal fatto che coloro che nell'antichità danzavano intorno al fuoco la notte di San Giovanni si cingevano il capo con corone di iperico. Una volta spenti i fuochi, le gettavano sui tetti delle case per preservarle dal fulmine.

Proprietà:
Antisettico, astringente, cicatrizzante, diuretico, sedativo, vermifugo, vulnerario. A uso interno, l'estratto degli apici fioriti è antivirale, astringente e sedativo e calma il sistema nervoso nei casi di depressione. L'infuso di fiori è indicato nell'incontinenza urinaria.
A uso esterno, i fiori macerati in olio di oliva costituiscono un efficace unguento per le scottature, le contusioni, le distorsioni, la gotta, le piaghe, i reumatismi e le ferite. Si utilizza confezionando delle garze imbevute di olio che vengono poste sulle parti malate, fasciate e lasciate agire per qualche giorno.

Usi magici
L'iperico è una pianta magica molto potente usata nei rituali di purificazione: va bene sia nelle fumigazioni sia nei bagni, come profumo, tisana eccetera.
Se indossato, allontana le febbri e i raffreddori, rende i soldati invincibili e attira l'amore. Se raccolto il 21 giugno o di venerdì cura le malattie mentali e la malinconia.
Essiccato sui fuochi di San Giovanni e appeso vicino alla finestra allontana da casa i fantasmi, i negromanti e tutte le persone che agiscono con malvagità; viene bruciato per eliminare gli spiriti e i demoni. Qualsiasi parte dell'iperico sotto il cuscino di una donna nubile le farà apparire in sogno il futuro marito. Si usa per scoprire la presenza di maghi; un tempo lo si metteva sotto la lingua di una strega per costringerla a confessare.
- Rituale contro gli spiriti maligni:
Si brucia l'iperico nel braciere per allontanare gli spiriti maligni. Quest'erba ha sicuramente più efficacia se raccolta nella notte di San Giovanni e in occasione di quella festa è bene appenderne un ramo alla soglia di casa per scacciare via le negatività.
- Rituale contro lo stress con l'iperico:
Prendere una ciotola e metterci dentro un carboncino accesso, quindi ricopritelo di fiori seccati di iperico. Accendete una candela di colore violetto che ungerete con olio essenziale di iperico.

Bagni
- Bagno di allontanamento delle negatività e di difesa forte:
Bisogna mettere 7 fiori di iperico, 3 rametti di artemisia, 7 semi di anice stellato, 7 cimette di rovo e 3 rametti di rosmarino in infusione in un litro e mezzo d'acqua e si porta il tutto a ebollizione. Poi si filtra. Si aggiunge all'acqua del bagno assieme a 3 manciate di sale grosso.
- Bagno di purificazione dalle negatività:
Prendere 20 gocce di olio di iperico, 20 gr di olio di mandorle dolci, 20 gocce di olio essenziale di camomilla, mescolatelo con 10 gr di acqua di rose. Mettere il tutto nell'acqua del bagno assieme a 3 pugni di sale grosso.

Oli
- Olio di iperico:
Lasciare a macerare per un mese intero 100 grammi di fiori di iperico in un litro di olio di oliva di ottima qualità. Conservate questo olio in un vaso ermetico ed esponetelo al sole, quindi filtrate e conservate in bottiglie di vetro scuro.

Talismani
- Sacchetto magico per protezione personale:
Prendere un po' di stoffa gialla non sintetica, cucirla ai lati e chiuderla con un nastrino dello stesso colore. All'interno del sacchetto porre 7 foglie di alloro, 1 nastro rosso, un pezzetto di corallo, semi di anice stellato petali di iperico e un pizzico di maggiorana.
- Sacchetto magico per difesa attiva (rimandare al mittete fatture/malocchio):
Prendere un po' di stoffa rossa non sintetica, cucirla ai lati e chiuderla con un nastrino dello stesso colore. All'interno porre 7 foglie di assenzio e di menta, 7 fiori di iperico e rosmarino, un chiodo di ferro, un pezzetto di turchese e un pezzetto di corallo legati assieme da un nastro rosso.
- Sacchetto magico per la salute fisica:
Prendere un po' di stoffa azzurra non sintetica, cucirla ai lati e chiuderla con un nastrino dello stesso colore. All'interno porre qualche fiore di iperico, un nocciolo di pesca, un nastro azzurro, un pezzetto di turchese.
- Talismano per la protezione della casa:
Per proteggere le abitazioni basta farne seccare un mazzetto e appenderlo, legato con un nastro rosso, dietro alla porta di casa.
- Talismano di Litha:
Questo talismano serve a procurare fertilità e abbondanza in ogni frangente della vita. Procuratevi un ramo per ciascuna di queste erbe: rosmarino, timo, alloro, salvia, maggiorana, dragoncello, iperico, verbena, basilico. Legatele in un mazzo con un nastro color arancione o giallo carico e lasciatele tutta la notte esposte in modo che si ricoprano di rugiada. Fatele seccare, poi conservatele in sacchetti di tela di colore giallo e riponete un sacchetto in ogni stanca della vostra casa.

Incensi
- Incenso di protezione:
7 grani di incenso, 7 bacche di ginepro, 7 fiori di iperico, 7 foglie di alloro e 13 gocce di olio essenziale di pino. Bruciate questo incenso come offerta se volete proteggere qualcuno che vi è caro.
- Incenso per rituali di purificazione di un locale:
Ingredienti consigliati: rosmarino, incenso, eucalipto e olio essenziale di iperico. Bruciate questo incenso come offerta durante i rituali che riguardano questioni di salute.
- Incenso per allontanare persone sgradite:
7 foglie di alloro, 7 rametti di tuia, 7 grani d'incenso, 7 gocce di olio essenziale di iperico.
- Incenso contro la depressione:
Bruciate sul braciere o sul carboncino una manciata di petali di iperico, qualche pezzetto di buccia d'arancia amara, qualche ago di pino e aggiungete qualche goccia di olio essenziale di rosmarino.
- Incenso di Litha:
Pestate nel mortaio 4 parti di segatura di quercia, aggiungete una parte di foglie di salvia, una di aghi di rosmarino, 4 ghiande e impastate il tutto con 10 gocce di olio essenziale di iperico.


Fonti:
- Enciclopedia delle Piante Magiche, Scott Cunnigham
- Nuova enciclopedia delle erbe. Riconoscimento e uso medicinale, alimentare, aromatico, cosmetico. Edizioni Del Baldo.
- Florario. Miti, leggende e simboli di fiori e piante. Alfredo Cattabiani.
- Il grande libro delle piante magiche, Laura Rangoni

mercoledì 3 giugno 2015

Magia e medicina della gravidanza nell'antico Egitto

La parola egizia "Heka" viene tradotta oggi con il termine "magia", anche se indicava qualcosa di ben diverso da quello che intendiamo noi oggi.
Oggi, infatti, si tende a pensare alla magia come a qualcosa di negativo, ma essa per gli Egizi non era volta al male. La magia era parte integrante del pensiero religioso perché rappresentava l'energia impiegata dal dio primordiale per creare il mondo e mantenere l'equilibrio cosmico. Era una forza soprannaturale che tutti gli dei possedevano, ma che in misura minore apparteneva anche ai sovrani e ai defunti e che poteva essere controllata ed evocata tramite formule, rituali od oggetti anche da persone comuni. Tale forza serviva per gestire alcune situazioni, come quelle di passaggio (parto, nascita, malattia, morte...).
La magia secondo gli Egizi si fondava su tre principi: Verità, Realtà, Ragione. Il mago doveva allontanare la menzogna, il vero volto del male; doveva vivere "qui e ora" al servizio dei suoi fratelli umani; infine, doveva conoscere le leggi.
Per gli Egizi la magia era una realtà presente a tutti i livelli. I rituali erano magia cerimoniale, le preghiere erano formule magiche, l'iniziazione era un tentativo di penetrare i misteri della vita in tutte le sue forme e manifestazioni. Si desiderava essere iniziati non per diventare dèi, ma per ritrovare la scintilla divina senza la quale non si sarebbe stati che granelli di polvere caduti da una cometa impazzita.
Praticare la magia era ritenuto indispensabile ed era una pratica accessibile a chiunque.
Il mago doveva agire in modo impersonale, secondo il triplice scopo della magia operativa:
- soddisfare i legittimi bisogni della vita terrena (per esempio curando)
- preparare i vivi al loro divenire postumo, familiarizzarli con l'aldilà
- comunicare con gli spiriti (o dèi) perché proteggano la Terra.
Per gli Egizi, l'arte era una forma di magia, poiché era considerata un tentativo di infondere lo spirito nella materia. L'artista riproduce per magia simpatica l'atto della creazione.

In Egitto il mago e il medico non sono avversari, ma collaborano per stabilire un equilibrio tra il relativo e l'assoluto, tra il possibile e l'impossibile. L'Egitto ha sempre avuto la fama di eccellere nell'arte della medicina, tant'è che spesso gli Egizi venivano consultati dai popoli vicini. I centri di cultura medica egizi erano rinomati e frequentati da molti stranieri. Esistevano anche santuari specializzati in branche mediche specifiche, tra cui l'ostetricia e la ginecologia.
Sono pervenuti fino a noi alcuni dei cosiddetti Papiri Medici che venivano consultati anticamente per curare le varie malattie e i disturbi. Tali papiri entravano a far parte di corredi funebri, ed è così che sono arrivati fino ai giorni nostri. In uno di questi, si legge un metodo per scoprire se la donna è incinta o meno (un rudimentale test di gravidanza dunque) e per conoscere il sesso del nascituro:

Mettere orzo e grano (in due sacchi di tela) che la donna bagnerà con la sua urina ogni giorno; allo stesso modo, mettere nei sacchi sabbia e datteri. Se orzo e grano germoglieranno entrambi, ella partorirà (ciò significa che è fertile). Se germoglierà per primo l’orzo, sarà un maschio; se germoglierà per primo il grano, sarà femmina. Se non germoglieranno né l’uno né l’altro, ella non partorirà.


La parte inerente il sesso del nascituro poteva essere eseguita a partire dal terzo mese di gravidanza.
Esperimenti svolti sembrano confermare l'affidabilità di questo metodo.
Un altro test di gravidanza consisteva nel porre nella vulva della donna una cipolla. Se il giorno dopo ella ne sentiva il sapore in bocca significava che era incinta.
Una volta incinta, la donna egizia poteva trovarsi ad affrontare complicazioni a volte dagli esiti drammatici, come testimoniano alcuni reperti.
A volte, tuttavia, si cercava di evitare gravidanze indesiderate. Esistevano anche all’epoca dei contraccettivi, come tamponi impregnati di escrementi di coccodrillo o gomma di acacia; fungevano sostanzialmente da ostacolo meccanico, ma nel secondo caso la fermentazione dell’acacia forma acido lattico ad azione spermicida. Oltre che ai problemi della gravidanza e del parto nei papiri si trovano rimedi per altre patologie femminili come la dismenorrea, curata con un impacco di trito di cipolle, malto e segatura di pino. 

Come detto poco sopra, gli Egizi erano soliti risolvere i problemi legati a passaggi importanti della vita umana con la magia. 
Il parto e la nascita sono tra i momenti più delicati dell'esistenza umana, per cui le donna si appoggiavano a pratiche magiche per proteggersi durante il parto e per offrire una protezione anche al nascituro.
Le difficoltà al parto non erano infrequenti, anche a causa della conformazione del bacino, alto e stretto, delle donne egiziane e le piccole dimensioni delle pelvi. Per favorirlo era considerato utile medicare il ventre con sale marino, farro e giunco femmina.
Il parto seguiva un rituale prestabilito: la donna sedeva su una sedia da travaglio, detta meskhen, ad aiutarla vi erano le levatrici, dato che gli uomini erano esclusi, che impersonavano le dee Nefti, Heket e Iside. Durante il travaglio, la gestante pregava il dio vasaio Khnum, che presiedeva al parto. Dopo il parto, la placenta veniva conservata, perché ritenuta capace di curare le malattie del neonato; per favorirne l’espulsione si doveva far sedere la donna sopra un tampone imbevuto di segatura di abete e feccia.
Il latte materno era considerato sacro e divino, era simbolo della resurrezione e veniva impiegato anche per il confezionamento di medicinali. Mescolato con miele e datteri serviva a calmare la tosse del bambino, era usato anche per prevenire disturbi agli occhi e al cuore.
Alla partoriente e al bambino venivano donati amuleti, spesso statuette votive che avevano le sembianze delle dee protettrici del parto (Taweret, Bes e Hathor). Nella foto, esempi di statuette di protezione per il parto e per il bambino conservate al Museo Egizio di Torino.

Uno degli scongiuri pronunciati dalle madri per i loro bambini era il seguente:

"Che ogni dio protegga il tuo nome,
ogni luogo ove ti troverai,
ogni latte che berrai,
ogni seno dove sarai preso,
ogni ginocchio dove sarai seduto,
[...] che ti tenga in salvo per loro,
che ti calmi per loro, ogni dio e ogni dea."


Fonti:
- Magia e Iniziazione nell'Egitto dei faraoni, René Lachaud
- Didascalie del Museo Egizio di Torino
- http://www.antrocom.net/upload/sub/antrocom/010205/03-Antrocom.pdf
http://www.mondo-doula.it/articolo.aspx?articolo=58