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giovedì 29 gennaio 2015

Mezz'Inverno, Imbolc o Candelora: feste di purificazione e rinascita

I giorni tra la fine di gennaio e gli inizi di febbraio sono sempre stati di una certa importanza per l'uomo, anche se ormai quasi non li consideriamo.
La notte tra il 31 gennaio e il primo febbraio era festeggiata dai Celti, in quanto rappresentava la metà esatta della stagione invernale, gettando dunque la speranza verso la Primavera in arrivo. Era chiamata Imbolc, la festa della purificazione e del latte, poiché è proprio in questo periodo che le pecore riprendevano a produrre latte, permettendo all'uomo di sopravvivere alle ultime settimane invernali, segnate dalla scarsità di provviste. La lattazione delle pecore significava anche che presto sarebbero nati gli agnelli, dando vita a un ciclo nuovo. Per questa festa si accendeva un grande fuoco, simbolo della purificazione rituale, ma anche della luce del Sole che diviene ogni giorno più forte.
Non erano però solo i Celti a festeggiare in questo periodo; anche nell'antica Roma era tempo di purificazione. I primi giorni di febbraio erano dedicati alla dea Februa, il cui nome rimanda alla parola "februare", cioè "purificare". In questi giorni si eseguivano anche rituali di fertilità, i Lupercali, per ingraziarsi Madre Natura e propiziarne i frutti e i futuri raccolti.
Gli antichi significati delle festività del periodo sono stati inglobati dalla religione cristiana, che istituì la festa della Candelora, che altro non è che la Presentazione del Signore al Tempio; Maria, dopo aver dato alla luce Gesù, si presentava al tempio per essere purificata ritualmente dal parto. Il nome della Candelora deriva dalla purificazione delle candele che vengono portare in chiesa, tradizione anche qui ripresa dalle antiche usanze pagane che prevedevano l'uso di fuochi per salutare il Dio Sole.

E oggi? Cosa ci resta di questa festa? Come possiamo celebrare le energie della Natura pronta a rinascere e prepararci noi stessi a una rinascita spirituale e personale?
Tanto per cominciare, viste le festività invernali concluse da poco, il nostro fisico sente il bisogno di purificarsi, di ritornare più leggero. E' bene dunque mangiare in modo sano, seguendo una dieta leggera, e uscire all'aria aperta per fare un po' di moto, se il tempo lo consente.
Sarebbe bene, per favorire una rinascita in sintonia con le energie primaverili, abbandonare i cattivi pensieri, riflettendo sui cambiamenti positivi da poter apportare fuori e dentro di noi.
Io preferisco chiamare le festività tradizionali pagane con un nome personale, piuttosto che attaccarmi a tradizioni che non sento del tutto mie, anche se seguo in parte, per cui per me quello tra il 31 gennaio e il 2 febbraio è il periodo che segna la metà dell'Inverno. Come ho scritto in qualche post precedente, sento un cambiamento nell'aria in questo periodo, un'energia nuova, di rinascita e di speranza. Questo è Imbolc per me, o Mezz'Inverno, come preferisco chiamarlo.
Lo festeggerò in campagna, possibilmente, accendendo un fuoco e godendo del suo calore e della sua energia. Rifletterò ancora, come ho fatto in questi ultimi giorni, sui cambiamenti positivi che voglio portare nella mia vita e penserò a come poter realizzare i miei sogni.
A questo proposito, ho trovato un piccolo rituale che mi piacerebbe seguire. Vi lascio anche un rito che inventai tempo fa, sperando che possa servirvi o, almeno, incuriosirvi.

Rito per la prosperità del nuovo anno:

Fate un cerchio di 8 candele rosa e verde pallido, disposte più vicino possibile alle otto direzioni della bussola (Nord, Nord Est, Est, Sud Est, Sud, Sud Ovest, Ovest, Nord Ovest) e mettete nel centro un piatto di latte fresco. Ametiste, eliotropi e granati sono pietre associate a questa festa e si possono mettere tra le candele per amplificare le energie naturali. Bruciate un'essenza o una sostanza odorosa della festa,, come basilico, lavanda o mirra. Mettete dei fiori in boccio o delle foglie qualsiasi vicino al latte al centro del cerchio di candele. Accendetele una alla volta, cominciando da quella a NE. Dopo aver acceso la prima, prendete un piatto di semi (girasole, papavero o sesamo) e immergetene uno nel latte visualizzando il primo passo verso un nuovo inizio in qualsiasi settore della vostra vita in cui desiderate un cambiamento. Mangiate il seme. Secondo le antiche credenze magiche, mangiando il simbolo d'un desiderio o di un bisogno, state in realtà assumendo energie magiche. Continuate ad accendere le candele, immergendo ogni volta un seme nel latte, esprimendo un desiderio o visualizzando un passo verso il vostro futuro e mangiando il seme. Quando tutte le candele sono accese, godetevi il vostro pasto e poi spegnete a una a una le candele, inviando i vostri desideri e i vostri nuovi propositi nel cosmo. I cibi per questa festa comprendono panini e dolci di semi, latte, miele, e prodotti caseari. La sera del 31 è il momento più propizio per la magia di questo periodo, ma potete eseguire riti di nuovo inizio in qualsiasi momento dell'anno in cui ne sentirete il bisogno.

Rito per seminare buoni propositi:

Occorrente:
- Un bosco o un posto all'aria aperta (un prato, una campagna...)
- Pietre
- Acqua
- Accendino
- Un fazzoletto di carta
- Una penna verde
- Una penna nera
- Una pigna (o un seme)

Procedimento:
In mezzo al bosco, in un punto che ritenete propizio, create un cerchio con le pietre e, prima di chiuderlo, sedetevi nel mezzo. Prendete un fazzoletto di carta e strappatelo a metà. Mi raccomando, non usate cose di plastica, ma solo materiali biodegradabili in pieno rispetto della Natura! Su una parte scrivete con la penna verde le cose che volete mantenere e ricevere nella vostra vita (mi raccomando, devono essere cose possibili e plausibili), sull'altra metà scrivete con la penna nera quello che invece volete allontanare o eliminare. Sotterrate il fazzoletto scritto in verde in mezzo al cerchio insieme a una pigna, per simboleggiare il seme che va sotterrato e coltivato per poterne poi raccogliere i frutti. Annaffiate la zona con dell'acqua, esattamente come si fa con il seme. Il fazzoletto scritto in nero invece va bruciato, simboleggiando la purificazione e l'abbandono. Chiudete gli occhi e respirate profondamente, immaginando di inspirare i buoni propositi ed espirare quelli cattivi, infine sciogliete il cerchio.

Fonti:
- "Miti, magie e divinazioni delle antiche civiltà", Cassandra Eason.
- "Iniziazione ai culti celtici", Daniela Bortoluzzi e Ada Pavan Russo.
- "Feste pagane", Roberto Fattore.

martedì 27 gennaio 2015

Per tutti quei piccoli animali

Oggi mi sono ritrovata a lavorare in campagna armata di una zappa per rimuovere un po' di terra dai gradini di passaggio da una fascia all'altra. Tra un colpo e l'altro, purtroppo, è stato inevitabile incontrare accidentalmente il percorso di un insetto con la zappa, uccidendo il povero malcapitato.
Mi sono dispiaciuta molto di essere stata la causa della morte di alcuni esserini, e mi sono tornate in mente alcune cose della mia infanzia. Allora come oggi, mi capitava di ritrovarmi in campagna o in un prato ai giardinetti; succedeva talvolta che io trovassi qualche animale morto (rondini, passerotti, insetti, lucertole e quant'altro) e mi sentivo talmente afflitta per il poverino che mi sentivo in dovere di fare qualcosa per quel corpicino ormai privo di vita. Spesso lo ricoprivo di foglie e rametti, lo fissavo per un po' e poi mi inginocchiavo, intonando una canzone inventata sul momento per dare il mio saluto all'animale.
E' una cosa comune a molti bambini, quella di dare sepoltura agli esseri viventi ormai privi di vita, cantando canzoni improvvisate o inventandosi filastrocche.
E allora, zappando e rimestando un po' la terra, oggi pensavo che dovremmo proprio tornare un po' bambini in certi casi, dando dignità anche a quei piccoli animali che quasi reputiamo insignificanti ma senza i quali la nostra vita non sarebbe effettivamente la stessa, se si pensa alle funzioni che hanno uccelli, lucertole e insetti negli ecosistemi naturali. 
A volte penso che abbiamo perso davvero gran parte della nostra umanità, e lo si capisce proprio dalle piccole cose, dalla quotidianità e dai gesti di ogni giorno.
E' vero, non ho un rapporto amichevole con gli insetti, ma questo non significa che io provi piacere nell'ucciderli o nello sbarazzarmi di loro, tutt'altro! Da più di quattro anni mi sono imposta di non uccidere più niente, a meno che non sia strettamente necessario, perché ritengo di dover rispettare la Vita, in ogni sua forma, visto che io stessa ne faccio parte. Rispettare la Vita significa rispettare anche l'aspetto più oscuro di essa, quello più sconosciuto e che tutti temiamo: la Morte.
Oggi, davanti a quegli insetti capitati per sbaglio sotto la traiettoria della mia zappa, ho pensato di rivolgere i miei pensieri a loro, alla vita che avevo appena spezzato involontariamente. So che può sembrare sciocco e sentimentalista, ma ho ripensato alla me bambina, che avrebbe cantato qualcosa, e ho pensato che sarebbe bello riprendere quell'abitudine, poco alla volta, riappropriandomi di quella spiritualità "infantile" che ho perduto con le inibizioni e le regole dell'età adulta, imposte da una società a cui mi sforzo di distaccarmi. Forse un giorno ci riuscirò, chi lo sa...
Intanto vi lascio il piccolo brano di un libro, un episodio che spiega quello che ho voluto dirvi con questo mio post e che, in parte, lo ha anche ispirato.

Quando la luna fu proprio sopra di noi, la carne di foca era pronta. Prima di mangiare, Malmo cantò. Lo faceva sempre, prima di mangiare qualcosa che aveva cacciato e quella notte, sul mare di ghiaccio, le chiesi perché lo faceva. "E' il modo che abbiamo noi per vivere in pace con gli animali nel nostro mondo. Non siamo diversi dagli animali, o dal mare o dal ghiaccio, ma siamo parte del tutto. E così dobbiamo trattare animali, mare e ghiaccio con rispetto." "Ma uccidere non è una mancanza di rispetto?" chiesi io incerta, sperando di non offendere Malmo. Lei sorrise come a una bambina. "No. Fa parte del ciclo. Per sopravvivere dobbiamo andare a caccia. Sarebbe una mancanza di rispetto andare a caccia senza avere fame. Le parole della canzone che canto chiedono perdono per aver tolto la vita alla foca e servono a mandare la sua anima al sicuro in un mondo di spirito." 

"La figlia del Nord", Edith Pattou

lunedì 19 gennaio 2015

Mani nella terra e sguardo al cielo

Mani nella terra e sguardo al cielo. Oggi ho deciso che questo sarà il mio motto d'ora in avanti.
Vi è mai capitato di lavorare in campagna, di fare un qualsiasi tipo di lavoro in mezzo alla natura? Vi siete mai sporcati le mani di terra, atteso con trepidazione che i semi da voi piantati germogliassero?
Se non lo avete mai fatto, allora vi consiglio di cominciare. Non è mai troppo tardi, in fondo, per certe esperienze!
C'è una grande gioia nello sporcarsi le mani, vederle tingersi di verde come l'erba o di bruno come la terra; si torna un po' bambini, quando non importava se i vestiti si sporcavano, l'importante era divertirsi fino allo sfinimento. Tanto poi c'era la mamma a lavare tutto. 
La stessa cosa capita con la campagna. Ci si sporca le mani, i vestiti, la pelle... e Madre Natura in cambio si prende cura di noi, con i suoi frutti nutrienti e appetitosi, e lava via dall'animo umano la sporcizia della modernità, dell'insoddisfazione. Lavorare la terra ci ricorda di essere umili per poter ottenere grandi risultati. Essere umili permette di guardare con lucidità alla nostra ignoranza, alle nostre mancanze, per spronarci a fare di più, a imparare. E' l'umiltà a dettare dentro l'animo umano il rispetto nei confronti altrui, perché dove non c'è rispetto non esiste umanità.
Eppure lavorare la terra e vivere secondo i ritmi di Madre Natura non significa solo questo. Lo sguardo è sempre rivolto verso il cielo, perché in fondo l'umiltà eleva l'animo umano, dà l'opportunità di sentirsi parte di un Tutto, di guardarsi intorno con occhi più attenti e di avere pensieri "raffinati". Nel vocabolario si legge:
"Raffinato: In senso figurato, che raggiunge un alto livello di perfezione."
I pensieri di chi ha lo sguardo rivolto al cielo sono stati lavorati dal tempo, dall'umiltà e dalla sensibilità, elevandosi a uno stadio più maturo, raffinandosi.
Lo sguardo verso il cielo implica ambizione, idealismo e una consapevolezza delle proprie capacità, di una certa autostima, mai macchiata dalla presunzione. Per chi ha le mani nella terra e lo sguardo al cielo la strada è tutta in salita, ma ricca di soddisfazioni. 
Non ho avuto modo di lavorare molto in campagna, sebbene io speri di recuperare il tempo perduto, ma queste cose mi sono state subito evidenti.
Ho seminato, ho ricoperto il terreno di letame a mani nude, ho liberato le piante dal peso gravoso dei frutti e messo a dimora altre piantine. In tutto questo credete che io sia stata sola? Neanche per sogno! Come si fa a sentirsi soli in un mondo così popolato, così silenziosamente chiassoso come quello campestre?
Grassi lombrichi sbucano dal suolo quando meno te l'aspetti, rituffandosi tra le onde brune della terra come fossero flutti marini; orde di uccellini cinguettano a ogni angolo del prato, osservatori talvolta bisbetici dell'incomprensibile lavoro umano; plotoni di api riforniscono l'alveare di polline, facendo ondeggiare coloratissimi fiori sotto il loro peso...
Non ci si può sentire soli in campagna, dove tutto ha una voce, ogni cosa a suo posto in un sistema più grande, che comprende anche noi.
Noi, poveri, piccoli e insulsi esseri umani, che non sappiamo più avere le mani nella terra e lo sguardo al cielo, presuntuosi e fastidiosi a tal punto da essere sul becco di tutti gli uccellini, che si scambiano cinguettii indignati sul nostro conto. Essere umano, così incredibilmente piccolo nelle dimensioni ma così terribilmente grande nei danni che fa e nel bene che invece potrebbe fare. 
In campagna non esiste solitudine, quella è diventata prerogativa esclusiva delle città, dove si ha necessariamente bisogno di un tablet o di uno smartphone per poter comunicare e potersi sentire accettati, "socievoli". 
In Natura, invece, ognuno ha il suo ruolo e spesso ci si aiuta anche a vicenda, in un sistema più grande, quello del Cerchio della Vita.

sabato 17 gennaio 2015

Rinascere

Ci stiamo avvicinando alla festa di mezz'inverno, Imbolc per i Celti, la Candelora per i cristiani. 
Le ore di luce aumentano e si fa il conto alla rovescia per l'arrivo della primavera e la rinascita della Natura. 
Ho voglia anche io di rinascere, di ricominciare a vivere, dopo gli ultimi due anni trascorsi nell'inverno, scrollandomi di dosso la neve della pigrizia come fanno gli alberi al primo calore primaverile. L'aria sembra carica di novità, che l'anno appena iniziato possa davvero essere quello decisivo per me?
Ho voglia di sentirmi piena di vita, di ridere di nuovo e ancora per una felicità della quale ultimamente ho vissuto solo un pallido riflesso.
Vorrei ritrovare le energie perdute nella rassegnazione, far esplodere la mia creatività e il mio amore per la vita. Per troppo tempo sono rimasta addormentata sotto la spessa e fredda coltre di neve, eppure è proprio sotto di essa che il terreno si fa più fertile.
Voglio credere che il momento del mio risveglio sia ormai vicino, voglio credere che i semi messi nella terra inizieranno presto a germogliare.
Guardandomi indietro non posso che accorgermi di come, nell'ultimo anno, io sia cresciuta e cambiata in perfetto allineamento con le energie stagionali della Natura... e allora perché non credere che davvero un cambiamento sia finalmente possibile e che si manifesterà con la rinascita della luce e della primavera? Nella speranza che le nuove emozioni che sento non siano, ancora una volta, frutto della mia immaginazione, attendo con trepidazione il domani che verrà...

lunedì 12 gennaio 2015

Libri che cambiano la vita

Mi ero quasi ripromessa di non parlarvi di libri qui, ma questa volta mi è inevitabile e magari, chissà? potrei parlarvi ancora in futuro di qualche libro che reputo importante presentarvi tra queste verdi pagine.
Non c'è bisogno che io mi soffermi a spiegarvi quanto io ami la carta e l'inchiostro, per quello c'è l'altro mio blog e non vi sarà difficile capire il mio amore per la lettura, se lo sfoglierete. 
Come vi avevo accennato nelle Presentazioni, in questo mio angolino vorrei parlarvi anche della mia spiritualità, del mio personalissimo modo di vedere il mondo che mi circonda; per farlo però, avevo bisogno di farvi una premessa. 
Non so se vi sia mai capitato, non so se siate grandi lettori oppure no, sappiate solo che è vero che ci sono libri in grado di cambiare la vita di una persona, di indurla al cambiamento o di indicargli una strada, ed è esattamente quello che è successo a me.
In realtà sono molti i libri che mi hanno aiutata nella crescita spirituale (e non), ma quelli che hanno fatto scattare in me qualcosa, quelli che mi hanno permesso di diventare la persona che sono oggi, sono essenzialmente quattro.
Fin da bambina mi sono sentita molto distante dalla religione cristiana, motivo per cui sono sempre stata incuriosita da altri tipi di spiritualità. Il cristianesimo non mi ha mai affascinata né interessata, non l'ho mai sentito mio e, nella mia costante ricerca spirituale e intellettuale, ho finito per interessarmi alle antiche religioni e civiltà ormai scomparse.
Da bambina avevo un debole per gli Egizi, che conservo ancora oggi, nell'adolescenza invece ho cominciato a sentire un profondo interesse anche verso i Celti. Il punto di rottura con la religione cristiana è avvenuto in me quando avevo all'incirca 16 anni, un punto di non ritorno in cui ho iniziato a capire quale volevo che fosse il mio posto nel mondo. E qui entrano in gioco i libri di cui vi parlavo poco fa.
Primo tra tutti "I pilastri della terra" di Ken Follett; ditemi cosa volete, ma questo, anche se è un romanzo, mi ha resa più consapevole di quello che dentro di me provavo verso la chiesa la religione cristiana. In secondo luogo "Il codice Da Vinci" di Dan Brown; so che molti lo disprezzano, so che non è il capolavoro della letteratura moderna che i media hanno voluto far passare. Ci sono libri molto più profondi di questi primi da me elencati, libri meno "romanzati", eppure questi due mi hanno spinta a riflettere, a fare ricerche, hanno stimolato la mia curiosità a tal punto da portarmi ad allontanarmi definitivamente da una religione che non sentivo in alcun modo mia. 
Un altro libro, di cui tra l'altro vi ho già parlato, che ha posto dentro di me dei pilastri solidi e fermi è stato "Un indovino mi disse" di Tiziano Terzani. Temo che dovrete sopportare il mio amore verso quest'uomo ancora per molti post a venire, perché lo stimo molto e, nonostante si sia ormai spento da tempo, i suoi insegnamenti continuano a guarire i cuori delle persone, a trasmettere valori alla gente. Terzani mi ha dato modo di riflettere molto dal momento in cui ho preso in mano il primo libro che ho voluto leggere scritto di suo pugno. Grazie a lui ho trovato il coraggio di cambiare, di vedere le cose sotto una nuova luce, cambiando punto di vista. Era una grande persona, peccato si sia spento così presto, ma l'eco dei suoi pensieri e dei suoi insegnamenti non si è spenta con lui, per nostra fortuna.
L'ultimo libro, che esula un po' dall'argomento spirituale ma che ancora oggi continua a influenzarmi, è "Jane Eyre" di Charlotte Brontë. Forse qualcuno di voi conoscerà questo capolavoro della letteratura inglese dell'Ottocento, se non lo conoscete invece vi invito a leggerlo, perchè è davvero un piccolo gioiello. Tra le sue pagine mi sento sempre a casa, l'ho amato e riletto più volte instancabilmente, e ogni volta riesco a trovare una frase per me, un conforto. Jane Eyre mi ha trasmesso la forza di volontà, l'idealismo, la sicurezza in se stessi e il saper contare sulle proprie forze. Quando lo leggo mi sento sempre compresa, come in compagnia di un'ottima amica in grado di capire tutto di me.
A questo punto vi starete chiedendo cosa sono diventata oggi, grazie ai libri che ho voluto condividere con voi.
Il mio percorso spirituale è ancora in evoluzione, lo ammetto; ogni giorno è una nuova scoperta, una nuova riflessione. Non mi piacciono molto le etichette, soprattutto perché spesso vengono fraintese e sono troppo "categoriche".
Di certo so che il mio amore e la mia spiritualità girano tutte intorno alla Natura, della quale venero l'aspetto maschile e femminile, la potenza creatrice e distruttrice. Per me, niente si genera e niente si distrugge, ma tutto si trasforma. Credo nelle potenzialità della mente umana, scarsamente sfruttate per via dell'assuefazione alla tecnologia, e auspico a un ricongiungimento con Madre Natura, una riconciliazione pacifica e necessaria, se vogliamo continuare a vivere sulla Terra per molto tempo ancora.
Sono appassionata di antiche religioni, di sciamanismo, fitoterapia e cristalloterapia, oltre che alla magia popolare e all'esoterismo; provo interesse anche per le filosofie orientali, delle quali però so ancora troppo poco.
La mia spiritualità si basa sul rispetto verso la madre che mi permette ogni giorno di vivere e provare sentimenti puri, semplici e profondi: la Natura. Questo mi ha spinto ad abbracciare la scelta vegetariana,  ma anche alla decisione di abbracciare una vita più semplice, sentendomi sempre più parte di quel Tutto che respiro giorno dopo giorno.
Mi dispiace di essermi dilungata tanto, questo post voleva solo essere una premessa a quelli futuri.
Detto questo, vi lascio con una piccola domanda: anche voi avete letto libri che vi hanno cambiato la vita? Se avete voglia di condividerli con me, leggerò volentieri i vostri commenti =)



martedì 6 gennaio 2015

La Befana vien di notte...

Conosciamo tutti la simpatica vecchina che, per tradizione, il 6 gennaio vestita di stracci solca i cieli con la sua scopa per portare doni e carbone ai bambini. Alzi la mano, però, chi conosce le origini antiche di questa figura, così simile a una nonna, con la sua chioma canuta e i dolciumi nelle tasche, pronti a essere distribuiti.

La Befana è la sopravvivenza di una figura arcaica che simboleggia Madre Natura
Nel mondo pagano si credeva che, nelle gelide notti invernali, volassero sui campi appena seminati figure femminili in grado di propiziare il raccolto. Dobbiamo pensare a una società antica, legata all'aspetto femminile e materno della natura. Stando così le cose, la Befana sarebbe nata quasi per via di una superstizione, inventata dal popolo rurale ansioso di assicurarsi un buon raccolto. 
Il periodo che va da Natale all'Epifania era molto delicato e critico per il calendario popolare, poiché viene subito dopo la semina; era un periodo, quindi, pieno di speranze e di aspettative per il raccolto futuro, da cui dipendeva la sopravvivenza nel nuovo anno.
Secondo gli antichi romani, a guidare le fanciulle volanti nei campi era Diana, dea lunare della vegetazione; per altri, invece, il compito spettava alla divinità misteriosa di Satia, nome che deriva dal latino satiaetas, ovvero sazietà. 
Il suo aspetto poco piacevole segue una tradizione, una leggenda, che si tramanda nei secoli. La Befana, vestita di stracci e gonne rattoppate, mantiene il suo povero aspetto iconografico per un preciso motivo: infatti, rappresenta la natura ormai spoglia, poiché arriva portandosi via un anno “consumato”, vissuto, inevitabilmente punteggiato di pene e sacrifici che la vecchia avrebbe il compito di spazzare via. Dunque, l’aspetto da anziana signora sarebbe da paragonare metaforicamente all’anno appena trascorso, ormai pronto per essere bruciato e per “rinascere” come anno nuovo. La tradizione dei doni portati dalla vecchina assume invece un valore propiziatorio per l’anno appena sorto. Offre una cascatella di dolciumi e regalini, che altro non sono che i semi grazie ai quali risorgerà a primavera come una giovane Madre Natura. 
La figura della Befana, letta in chiave sacrificale, venne riconosciuta anche dalla Chiesa, che la bruciava proprio in segno di buon auspicio. Tale usanza influenzò anche la tradizione popolare fino ai nostri giorni. 
Ancora oggi un po` ovunque per l'Italia il 6 gennaio si accendono i falò, e, come una vera strega, anche la Befana viene talvolta bruciata. In tal modo, la Befana offre carbone che, simbolicamente, è l'energia latente nella terra, pronta a rivivere col nuovo sole. Come la luna, altro simbolo della Grande Madre, muore per rinascere. 
Nella tradizione popolare campestre, inoltre, la notte dell'Epifania era considerata una notte magica: si diceva che gli animali parlassero nelle stalle e nei boschi.
«La notte di Befana nella stalla parla l'asino, il bove e la cavalla»; «La notte di Pasquetta parla il chiù con la civetta», affermano due proverbi, il secondo intendendo Pasquetta per Epifania perché un tempo si chiamava «pasqua» o «pasquetta» qualsiasi festa religiosa solenne. 
In Toscana si tramandano anche le parole che si scambiano i buoi:

«Biancone!»
«Nerone!»
«Te l'ha data ricca cena il tuo padrone?»
«No, non me l'ha data.»
«Tiragli una cornata!»

Per questo motivo si dice che alla vigilia dell'Epifania i contadini governassero senza risparmio le loro bestie per evitare che nella magica notte parlassero male del padrone o del loro custode.

Festeggiamenti e tradizioni dell'Epifania:

L'Epifania è celebrata in Italia con tante feste e usanze che ne riflettono i vari aspetti. 
Una di queste è il rito della Stella che si svolge a Sabbio Chiese in provincia di Brescia. A tarda sera, un coro di giovani esegue il «canto della Stella». Un cantore regge una stella di carta a cinque punte illuminata all'interno, che talvolta può contenere un piccolo presepe di carta. In passato i tre cantori principali interpretavano la parte dei Re Magi e si travestivano con mantelli dorati e corone di cartone. Il coro di giovani passa per le vie del paese, sostando sulla porta di ogni casa e rievocando la nascita di Gesù tra il bue e l'asinello, la venuta dei Magi guidati dalla stella, e i loro doni. 
Al termine della canzone i giovani raccolgono soldi e doni in natura, che servono poi per la cena in comune a tarda notte a base di polenta taragna. 
A Rivisondoli, in provincia dell'Aquila, si celebra invece un presepe vivente. Tutta la popolazione rivive la scena tradizionale: i pastori, che giungono dai monti vicini, le donne in costume e i Re Magi sono gli attori dello spettacolo. In una capanna Maria e Giuseppe, interpretati da due abitanti del paese, coccolano un bambino che, secondo l'usanza, è l'ultimo nato di Rivisondoli. 
A Piana degli Albanesi, in provincia di Palermo, l'Epifania non rievoca l'arrivo dei Magi ma, come per tutti i cristiani di rito orientale, il battesimo del Cristo nel Giordano. 
Vi sono anche in Italia due usanze che sembrano collegarsi a tradizioni precristiane. Prima che si affermasse la tradizione dei regali natalizi ai bambini, ai quali si diceva che li aveva portati Gesù, erano i Re Magi ad avere questa funzione all'Epifania, in ricordo dei tre doni offerti al Bambino. Ancora oggi in Spagna è l'Epifania il giorno dei regali.
Ci sono poi i riti legati al fuoco. A Goito, in provincia di Mantova, si accende il boriello, ovvero un grande falò. La catasta di legna è preparata con i rovi e i frutti dell'ippocastano, che scoppiettano al fuoco come petardi, e paglia. Il mucchio può raggiungere anche sei o sette metri e deve avere forma conica. Su di esso si sistema un pupazzo, detto la vecia o la stria, che rappresenta la Befana. 
Anche in Veneto la notte tra il 5 e il 6 gennaio si brucia la Befana, bevendo il vin brulè , mangiando la pinza, e cantando al filastrocca per eccellenza: 

"La Befana vien di notte 
con le scarpe tutte rotte 
con le toppe alla sottana: 
Viva, viva la Befana! "

Secondo la tradizione popolare, il vento che trasporta con sé il fumo e le faville del falò indicherà come sarà il nuovo anno appena iniziato. È conoscenza popolare che il garbìn, vento vorticoso con direzione sud-ovest, annuncia la pioggia, essenziale per preparare i campi al prossimo raccolto, mentre il vento fùrlan, da nord-est, porta tempo asciutto, il terreno sarà quindi arido e porterà scarse messi. 
Nelle campagne si usava anche prevedere la raccolta delle messi annuali, osservando il comportamento del tempo nei dodici giorni che intercorrono tra Natale e l'Epifania. Nella serata precedente la festa, le ragazze auspicavano un possibile matrimonio durante l’anno: si gettavano foglie d’ulivo sulla brace, se la foglia scoppiava saltando, l’evento sarebbe accaduto, se bruciava soltanto, senza scoppiettìo, sarebbero rimaste le speranze.
Anche il Friuli il fuoco, dal mare alle montagne, la fa da protagonista. Alla vigilia dell'Epifania sulle alture vengono accesi i pignarul, falò propiziatori. Anche qui in base alla direzione dei fumi si possono trarre previsioni per l'anno appena nato. In alcuni paesi i ragazzi lanciano dalle cime delle alture delle rotelle di legno infuocate. Ad accompagnare il volo ci sono delle frasi di buon auspicio, legate soprattutto all'amore.
A un simbolismo diverso si riallaccia un'altra usanza diffusa in varie nazioni europee fino a qualche decennio fa e ora in via di estinzione: si eleggeva il giorno dell'Epifania un Re della Fava, così chiamato perché aveva trovato una fava nascosta nella torta tipica di questa festa, detta in Francia Galette des Rois e sormontata da una coroncina di cartone. A sua volta il Re nominava una Regina gettando la fava nel bicchiere della donna prescelta. 
Secondo un'antica tradizione, la fava sarebbe il simbolo dell'infinito ciclo di vita e di morte dell'esistenza. La fava nasce, come l'uomo e con l'uomo, nella putrefazione, rappresenta dunque la morte e la rinascita necessaria. Mangiare le fave significa dividere il cibo con i morti, è uno dei mezzi per riconoscere le forze della materia.

Come festeggiate voi l'Epifania? Quale tradizione si tramanda nei vostri luoghi d'origine? Se volete condividerle con me, lasciatemi un commento, sono curiosa =)

Fonti:
- "Calendario", Alfredo Cattabiani
- http://wellthiness.wordpress.com/2012/01/06/epifania-dai-magi-alla-befana-leggende-storia-e-tradizioni/
- http://venetoedintorni.it/blog-cultura-tradizione-veneto/53_Falo-tradizione-e-origine-dell-epifania-o-befana.html
- http://www.mondodelgusto.it/2006/12/27/i-pignarui-dell-epifania--i-grandi-falo-di-origini-pagane/

lunedì 5 gennaio 2015

Camminare lentamente

Quante volte sono passata davanti a Isolabona, un piccolo paese dell'entroterra ligure, senza mai accorgermi della sua bellezza!
Accade così con molte cose, purtroppo. Ci passiamo e ripassiamo davanti, senza mai fermarci davvero a guardare, a osservare.
Isolabona è un paesino con case di pietra, tutte costruite in riva al torrente Nervia. L'aria oggi era frizzante, umida, intensa. Chi avrebbe mai detto che quel paesello che dalla strada appariva quasi disordinato in realtà fosse tutto il contrario? Le apparenze ingannano, è vero, e oggi l'ho imparato una volta per tutte, forse. Ciò che ad un primo impatto può sembrare brutto, banale o poco interessante, potrebbe rivelare invece delle splendide sorprese. Non siamo più abituati a osservare con attenzione il mondo che ci circonda, siamo troppo occupati a correre chissà dove, troppo frettolosi per poterci fermare a guardare con gli occhi e con il cuore quello che ci sta intorno. Avete mai riflettuto, per esempio, sulle distanze? Oggi per noi è scontato prendere l'auto e spostarci, lasciando che case, città, paesaggi sfilino e scorrano dietro il finestrino, come le immagini impazzite del filmato di una videocassetta mandato avanti a tutta velocità nel registratore. Oggi è facile viaggiare, spostarsi... Per andare a lavoro nella città vicina si prende l'auto o il tram o il treno; per andare a trovare parenti lontani o visitare paesi esotici si prende l'aereo... Ed ecco che tutto diventa piccolo dall'alto, tutto assume una nuova prospettiva, più generica, più ampia, ma priva di particolari.
Un tempo non era così. Un tempo ci si doveva accontentare delle proprie gambe per coprire distanze più o meno ampie; camminando a piedi ci si imbatteva in mille sensazioni diverse, in una miriade di particolari, dettagli, che oggigiorno invece sfuggono all'occhio umano, disabituato all'osservazione del luogo in cui vive. Non c'era posto per i pregiudizi, perché si toccava tutto con mano, il paesaggio si doveva assaporare e conoscere fino all'ultimo centimetro per non perdere la strada di casa, o comunque per trarre dal luogo tutto il possibile per poter vivere.
Oggi, passeggiando per i vicoli stretti e bui di Isolabona, gustando l'aria umida del torrente sottostante, mi è tornato in mente un libro bellissimo, "Un indovino mi disse" di Tiziano Terzani. Non lo sapete ancora, ma io stimo moltissimo quest'uomo, scomparso troppo presto. Per fortuna ha lasciato le sue opere a tenerci compagnia. In "Un indovino mi disse", Terzani racconta il suo anno vissuto in oriente senza prendere l'aereo. Essendo un giornalista professionista, aveva bisogno di spostarsi anche velocemente per inseguire le notizie che servivano al suo lavoro, eppure quell'anno, un po' per sfida un po' per una profezia fattagli da un indovino, decise di prendere il mondo più lentamente e di assaporarlo in modo diverso. Ed ecco che tutto quello che aveva sempre visto dall'aereo adesso gli appariva terribilmente e incredibilmente nuovo.
La stessa cosa è accaduta, nel mio piccolo, a me. Sono sempre passata con la macchina davanti a Isolabona e non mi ero mai interessata a fermarmi. Oggi mi sono ritrovata a percorrerla a piedi e davanti ai miei occhi si è presentato un piccolo gioiello. Isolabona, come d'altronde accade con molti paesini dell'entroterra ligure, è esattamente come un'ostrica: da fuori sembrerebbe poco invitate, ma se si guardasse al suo interno, si troverebbe una perla candida, perfetta, brillante e preziosa.
Dovremmo imparare davvero a camminare più lentamente e a goderci di più gli istanti, i luoghi, le persone che ci circondano perché, come dice Terzani:

"Ogni posto è una miniera. Basta lasciarcisi andare. Darsi tempo, stare seduti in una casa da tè a osservare la gente che passa, mettersi in un angolo del mercato, andare a farsi i capelli e poi seguire il bandolo di una matassa che può cominciare con una parola, con un incontro, con l'amico di un amico di una persona che si è appena incontrata e il posto più scialbo, più insignificante della terra diventa uno specchio del mondo, una finestra sulla vita, un teatro d'umanità dinanzi al quale ci si potrebbe fermare senza più il bisogno di andare altrove. La miniera è esattamente là dove si è: basta scavare."

Un indovino mi disse - Tiziano Terzani