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lunedì 19 ottobre 2015

Demetra e Persefone e la promessa della rinascita

Uno dei miti simbolo del periodo autunnale è quello greco di Demetra e Persefone. Esso veniva rappresentato come elemento principale della più famosa e solenne festività religiosa dell'antica Grecia sotto forma di sacra rappresentazione. Nel mese di settembre-ottobre, infatti, si celebravano i Misteri Eleusini, dedicati proprio alle due divinità del grano. La cerimonia rappresentava il riposo e il risveglio perenne della vita campestre ed era rigorosamente segreta.
Come nel mito egiziano di Iside e Osiride, una dea piange la morte di un essere amato che simboleggia la vegetazione, in particolare il grano, il quale muore in inverno per rinascere in primavera. Tuttavia, se nel racconto delle due divinità egizie a morire era lo sposo e a piangerlo era la moglie, in questo caso il concetto è incarnato nella figura più tenera e pura di una figlia, di cui la madre dolente piange la morte.
Il documento letterario più antico che narra il mito di Demetra e Persefone è l'Inno a Demetra omerico, risalente, secondo i critici, al VII secolo a.C. Il poema ci rivela la concezione del poeta sul carattere e la funzione delle due dee. Narra di come la giovane Persefone stesse raccogliendo gigli e rose, crochi e violette, giacinti e narcisi in un lussureggiante prato, quando la terra si spalancò in una voragine dalla quale emerse Plutone, re dei morti, che la rapì per farne la sua sposa e regina, nel cupo mondo ipogeo degli Inferi. Disperata, sua madre Demetra, coperte le bionde trecce da un nero manto di lutto, la cercò per mare e per terra. Apprese così dal Sole la sorte di sua figlia e si allontanò sdegnata dagli dèi, prendendo dimora in Eleusi, dove si presentò alle figlie del re sotto le spoglie di una vecchia, mestamente seduta all'ombra di un ulivo accanto al pozzo delle Vergini. In quel luogo le fanciulle erano andate per attingere l'acqua per la casa del padre. Adirata per la propria sventura, la dea non permise che le sementi germogliassero nel terreno, ma le tenne celate sottoterra, giurando che mai più avrebbe rimesso piede sull'Olimpo, né mai più avrebbe lasciato germogliare il grano, fino a quando non le fosse stata restituita la figlia. Invano i buoi trascinavano l'aratro nei campi, invano l'uomo spargeva il seme dell'orzo nei solchi bruni; niente spuntava dalla terra arida e sgretolata. Anche le pianure, solitamente simili a un mare ondeggiante di spighe bionde, erano brulle e incolte. L'umanità sarebbe morta di fame se Zeus, preoccupato, non avesse ordinato a Plutone di restituire la sua preda e rendere la sua sposa Persefone alla madre Demetra. Il fosco signore dei morti sorrise e obbedì ma, prima di rimandare la sua regina nel mondo dei vivi, le face mangiare i chicchi si un melograno, assicurandosi così che sarebbe tornata da lui. Ma Zeus decretò che, da quel momento, Persefone avrebbe trascorso due terzi dell'anno con la madre e gli dèi, nel mondo superiore, e un terzo col suo sposo, in quello degli Inferi, dal quale sarebbe tornata ogni anno, quando la terra si copriva dei fiori della primavera. La figlia fu felice di risalire alla luce del sole, e felice la madre di riabbracciarla. Nella sua gioia per il ritrovamento della figlia perduta, Demetra fece spuntare il grano dalle zolle dissodate e la terra tutta si ricoperse di foglie e fiori. Si recò poi a mostrare il lieto prodigio ai principi di Eleusi, rivelandogli i sacri riti misterici. Così le due dee dimorarono in letizia con gli dèi sull'Olimpo e Omero conclude il suo inno con una fervida preghiera a Demetra e Persefone perché gli concedano vita e sostentamento in cambio del suo canto.
Lo scopo principale del poeta nel comporre il suo inno è stato quello di descrivere la tradizione relativa all'istituzione dei Misteri Eleusini a opera della dea Demetra. L'intero poema culmina nella scena della trasformazione, quando la pianura di Eleusi, brulla e spenta, al comando della dea diventa immediatamente una distesa di spighe dorate; la divinità conduce i principi di Eleusi ad ammirare la sua opera, rivela loro i suoi riti magici e, con la figlia, si ritira sull'Olimpo. La rivelazione dei Misteri è la trionfante conclusione del poema e si nota come l'autore abbia fornito una spiegazione mistica dell'origine di quei riti che ne costituivano parte integrante. Fra di essi troviamo il digiuno imposto ai neofiti prima della cerimonia iniziatica, la processione alla luce delle torce, la notte della vigilia, l'obbligo fatto agli iniziandi di sedere, velati e in silenzio, su sgabelli ricoperti di pelle di pecore, l'uso di un linguaggio scurrile, la solenne comunione con la divinità, raggiunta bevendo una tisana d'orzo e da un calice sacro.
Le figure delle due dee, madre e figlia, si trasformano in personificazioni del grano. Persefone trascorre tre - o sei, secondo altre versioni - mesi dell'anno sottoterra nell'Ade e i rimanenti mesi sulla terra; la dea altro non può essere che l'incarnazione mitica della vegetazione, specialmente del grano che, durante l'inverno, resta per mesi sottoterra e risorge, come da una tomba, nelle spighe verdeggianti, nei fiori e nelle fronde, ogni primavera. E se la dea figlia simboleggia il grano in erba della stagione in corso, non potrebbe la dea madre simboleggiare il grano dell'anno precedente, che ha dato vita al nuovo raccolto? Un'altra interpretazione potrebbe essere quella di vedere Demetra come personificazione della terra, dal cui ampio grembo nascono il grano e tutte le altre piante che, giustamente, possono essere considerate le sue creature. Tuttavia, Omero non sembra essere d'accordo con quest'ultima interpretazione. Egli narra infatti che fu proprio la Terra che, per obbedire a Zeus e far piacere a Plutone, attirò Persefone verso il suo crudele destino, facendo crescere i narcisi che tentarono la fanciulla, inducendola ad allontanarsi nei prati, lontano da ogni possibile aiuto.
Quindi la Demetra dell'Inno, lungi dall'identificarsi con la dea terra, la considerava la sua peggior nemica in quanto ai suoi insidiosi tranelli doveva la perdita della figlia. 
L'immagine del seme sotterrato perché rinasca a nuova e migliore vita, suggerisce spontaneamente un paragone con la sorte dell'uomo, rafforzando la speranza che la tomba non sia che l'inizio di un'esistenza migliore e più felice, in qualche mondo più luminoso che ancora non conosciamo. Questa riflessione semplice e naturale sembra del tutto sufficiente a spiegare l'associazione fra la Dea del Grano a Eleusi e il mistero della morte, con la sua speranza di una gioiosa immortalità. E che gli antichi vedessero nell'iniziazione ai Misteri Eleusini la chiave che apriva le porte del paradiso, sembra dimostrato dalle allusioni di scrittori bene informati circa la felicità in serbo per gli iniziati. 
Nel mito di Demetra e Persefone possiamo rintracciare le origini di uno dei più familiari, ma eternamente commoventi, aspetti della natura: la cupa malinconia e il decadimento dell'autunno e la luminosa, verdeggiante freschezza della primavera.

Fonte:
Il ramo d'oro, James Frazer

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